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PATRIMONIO ARTISTICO

Fontane

Le tipiche fontane in pietra locale, sparse nei quartieri del centro storico,  oltre ad assolvere al loro compito di rifornimento idrico, costituivano un fondamentale luogo d'incontro per la popolazione.
La fontana di San Rocco ha assunto una particolare importanza storica, da quando è stata recuperata la lapide della seconda metà del XVII secolo.
La fontana dei Tre Cannoli, che si trova in Piazza Vittorio Emanuele, è una tipica fontana secentesca siciliana. Riporta sulla parete una lapide del 1659, anno in cui i Giurati e il Sindaco commissionarono la sua costruzione. In realtà la fontana venne costruita per la prima volta nel 1608-1609 su commissione dei Giurati e dietro autorizzazione del Vescovo di Monreale, da un architetto arbëresh. La data impressa sulla lapide conseguentemente, si riferisce ad ulteriori interventi ovvero quando alla fontana fu aggiunto il timpano triangolare, ancora oggi presente.
Nella parte alta di corso Kastriota si trova una delle fontane più antiche del paese, dalla tipica forma cinquecentesca. Restaurata recentemente, riporta sulla lapide la data di costruzione del 1567. A differenza delle altre che riportano lo stemma di Piana (due spighe legate da un nastro con la stella a otto punte) questa  riporta uno stemma diverso a forma di giglio, simile a quello fiorentino, affiancato dallo stemma cardinalizio dell'Arcivescovado monrealese.
La fontana Fusha e pontit si trova in corso Umberto I e riporta in rilievo lo stemma di Piana con la scritta "SPQA 1765", data della sua edificazione.
Oltre alle summenzionate fontane se ne annoverano altre in parte ancora in esercizio:

Fontana di Piazzetta S. Nicola; Fovara e Shën Gjonit (ormai interrata) si trovava a ridosso dell'omonima chiesetta; Fovara e Rrugaçit, sotto il viadotto Tozia; Fontana Shën Mëria e Ghodhencë (dimessa) nei pressi dell’ex macello comunale; Fonte Rocche nell’omonimo quartiere e ancora in funzione; Fonte Kriqja e Palermës in via Francesco Crispi; Fonte Mashili; Fonte Arcoleone, sotto l’omonimo arco, trasformata e in esercizio; Fonte Shën Jani, si trovava vicino al plesso della scuola elementare Skanderbeg, ormai dismessa; ancora intatta è invece una bella fontana posta nella parte bassa di corso Kastriota.

 

Chiese

Cattedrale di S. Demetrio Megalomartire

 

 

Vi si accede mediante una scalinata di stile tardo barocco. La parte superiore della facciata riporta due mosaici di scuola monrealese del 1960, raffiguranti Cristo in Trono affiancato da S. Giorgio e S. Demetrio.

L'edificio è a tre navate, separate da due file di sette colonne di marmo. Un'imponente iconostasi lignea ricopre le tre absidi. L'abside principale, inizialmente era rivolta verso oriente secondo il canone bizantino; nella ricostruzione del '500 fu ricollocata verso occidente.
Tra il 1641 e il 1644 Pietro Novelli vi eseguì gli affreschi raffiguranti l’Esaltazione della Trinità; come scrive anche Agostino Gallo l'affresco è tripartito: il catino absidale è dominato dalla maestosa figura dell'Eterno Padre, nella parte mediana si osservano i dodici apostoli scaglionati nelle varie cornici in stucco e dorate, nella parte inferiore l'ascensione di cristo con il vessillo rosso fiancheggiato dai meravigliosi padri della chiesa greca; nella navata sinistra si trova un grande dipinto ad olio su tela raffigurante S. Nicola che dona i suoi beni ai poveri. L'opera più antica e di maggior rilievo artistico risulta essere l'icona della Vergine con il Bambino di scuola senese del 1500, l'unica dipinta con tempera all'uovo.

 

 

Sulla parete destra, rispetto all'entrata principale, si trova il sepolcro di Padre Giorgio Guzzetta, morto in odore di santità.
In seguito a nuovi restauri (1960) il coro venne trasformato e allargato e la volta a botte della navata centrale sostituita con un tetto a cassettoni con decorazioni in oro. Evidenti sono nella chiesa i segni di due stili: uno occidentale, rappresentato dagli affreschi del Novelli e dai vari dipinti su tela (tra cui anche il San Spiridione di G. Patania); l'altro orientale, attestato dall'iconostasi e dalle icone (vari trittici) collocate nelle navate laterali.

Nel 1993 la cattedrale è stata impreziosita con nuovi affreschi dell’artista greco Katzaras, raffiguranti le feste Despotiche.

Chiese e cappelle rurali

Oltre alle chiese urbane, vi è gran numero di chiese e cappelle rurali che in genere prendono il nome dalla contrada in cui si trovano: Madonna delle Grazie o della Scala (1560) alle falde del monte Maganoce; Santa Caterina, in contrada Fusha; Madonna dell'Udienza, sul poggetto omonimo; Madonna dello Stretto, San Mercurio, Madonna Nascosta (E Fshehurë); Madonna della Pietà (Shën Mëria e Boshit) a pochi chilometri dal paese, sulla strada provinciale per Palermo; San Michele Arcangelo nel quartiere Sheshi e per finire Maria Addolorata, alla sommità dello Sheshi.
Molte di queste cappelle rurali, la cui costruzione è di difficile datazione, esistono tuttora.

 

Madonna dell'Odigitria

  

 

Edificala sulla piazza principale del paese fu aperta al culto nel 1616. Intorno al 1622 venne ricostruita e ampliata su progetto di Pietro Novelli.
All'ingresso della chiesa, a tre navate divise da quattro pilastri su cui poggia una grande cupola ottagonale con lanternino, sono poste due acquasantiere barocche di marmo rosso locale a forma di conchiglia.
L'abside centrale, rispetto alle navale laterali, è molto profonda per cui la cupola, diversamente dalle chiese barocche, si trova più vicino all'ingresso, mentre l'altare rimane quasi in penombra. Qui si conserva la statua della Vergine Odigitria (fine sec. XVII), in legno stuccato e dorato, sorretta da due monaci fra i quali, è incassata l'icona dell'Odigitria che gli esuli avrebbero portato dall'Albania.
Nelle navate laterali sono posti quattro altari di stile barocco con marmi policromi e sono dedicati a S. Pantaleo, a S. Rosalia, a S. Antonio e alle anime del Purgatorio.
Le pareti sono ornate da un dipinto raffigurante l'Arcangelo Michele (1700) e da una Crocifissione in legno intagliato, dipinto da Spiridione Marino. Ogni altare presenta gli antichi stemmi appartenenti a famiglie di Piana, quali gli Schirò, i Matranga e gli Schiadà. Lo stemma degli Schirò reca una torre merlata e due leoni rampanti ai lati. Lo stemma dei Matranga presenta una mano che sorregge una spada fronteggiata da uno scudo con in basso un drago e in alto una stella. Lo stemma degli Schiadà, infine, riporta una linea diagonale che separa un uccello (picchio) da un cane.

 

Madonna del Rosario

Precedentemente dedicata a San Venanzio, fu costruita dalla famiglia Costantini la cui abitazione era contigua alla chiesa; questa circostanza consentiva loro di ascoltare la messa senza uscire di casa.
Successivamente, nel 1741, il sacerdote Antonino Costantino, proprietario della chiesa di S. Venanzio, la donò alla Confraternita del Rosario.
Di scarso rilievo artistico, conteneva, fino a non molto tempo fa, resti mortali. Nel mese di ottobre, dedicato alla Madonna del Rosario, vi si svolgono interessanti funzioni religiose in lingua albanese, Moi i Otuvrit.

 

San Giorgio Megalomartire

 

 

È la più antica fra le chiese del centro storico urbano. Edificata nel 1495, sulle rive del fiume Gjoni, la chiesa è stata ristrutturata ed ampliata una prima volta intorno al 1564 e successivamente, per motivi di carattere urbanistico, nel 1619 quando l'abside - prima collocata in direzione est, come prevedeva la tradizione bizantina – fu rivolta ad ovest.

Vi si accede mediante una scalinata, che prima della costruzione dell'Oratorio dei Padri Filippini (1716), congiungeva direttamente il sagrato con l'adiacente Piazza Grande, ovvero P.zza Vittorio Emanuele.
L'edificio è ad una navata con volta a botte, nelle quali si può ammirare un affresco del Cristodoro (1759) raffigurante San Giorgio in gloria.
La navata è chiusa dall'abside sul cui catino un falso mosaico raffigura il Cristo Pantocrator.

Ai lati della porta principale, due grandi tele raffigurano la Crocifissione, opera anonima di stile neoclassico, e il San Filippo Neri in preghiera del Patania. Due epigrafi del 1669, collocate sotto i due dipinti, testimoniano della generosità della famiglie Schirò e Guidera, che ne erano probabilmente i committenti.

Sulla parete destra un mosaico (G. Cuccia, 1983) raffigura San Giovanni il Precursore. Sopra la porta della medesima parete, si trova un dipinto raffigurante San Giorgio in prigione di Novelli G. P. del XVII secolo. All'inizio della parete sinistra è stata ricavata la nicchia contenente il simulacro di S. Giorgio del Bagnasco, nell'atto di trafiggere il drago in difesa di S. Margherita - che indossa il costume tradizionale femminile con la cintura (brezi) e il copricapo (keza)-. Segue l'affresco raffigurante S. Antonio Abate, attribuito ai Novelli, padre e figlio.

Recentemente la chiesa è stata impreziosita con icone di autori contemporanei come Armacolas S., Cacese A., Barone P. e Sirchia P. M.

 

San Nicola

 

 

Eretta da Nicolò Matranga sul luogo dove preesisteva un'antica cappella, venne assegnata nel 1619 ai padri Agostiniani che la mantennero fino al 1903. Da allora è ritornata al clero di rito bizantino. 

Di modesto rilievo artistico-architettonico la chiesa di S. Nicola ha assunto una certa importanza nel 1957 quando vi furono trasferite icone dei secoli XVII e XVIII provenienti dalla chiesa di S. Nicola a Palermo distrutta dagli eventi bellici.
Alcune di queste opere erano state oscurate da una patina causata dall'alterazione delle vernici e dal fumo delle candele. A seguito di un restauro devastante del 1756 avevano perduto la loro "originarietà", poiché erano state ridipinte ad olio con uno stile tardo-barocco.
Un recente restauro (1979-1984) ha riportato alla luce gli antichi e preziosi dipinti. La chiesa, ad una sola navata, ha le pareti arricchite da icone di scuola siciliana del '700.

L'iconostasi, divisa in tre registri, contiene icone del '600. Nei recenti restauri sono state ritrovate due cripte, di interessante valore storico.

 

San Antonio

È l'unica chiesa ad avere mantenuto l'altare rivolto ad Oriente. Originariamente era dedicata alla Madonna di Loreto, come testimonia l’affresco del Vima (raffigurante l'omonima Madonna con S. Giovanni Battista e l'Arcangelo Gabriele). Nel 1644 cambiò patrono, quando Pietro Novelli vi dipinse l'affresco di S. Antonio, oggi conservato nella chiesa di S. Giorgio.
La chiesa è a croce greca imperfetta. Ornano le pareti laterali due mosaici di Dixit Domino raffiguranti S. Caterina e S. Antonio il Grande.

 

San Vito

 

 

La chiesa, edificata dopo il 1500, era di rito greco, ma fu ceduta ai fedeli di rito latino nel 1590. Ricca dì fregi, di altari intarsiati in marmi policromati è un esempio di arte tardo-barocca.

In cima alla splendida scalinata barocca vi è il portale settecentesco, con ai lati due statue marmoree raffiguranti i SS. Pietro e Paolo e nella parte superiore due putti che sovrastano le colonne.
Nella parte centrale del portale si può ammirare un medaglione e in alto una nicchia che contiene la statua dell'Immacolata Concezione.
La chiesa è a tre navate con abside e cappella laterale. All'interno vi si conservano importanti opere d'arte: la statua dell'Immacolata (scolpita in pietra calcarea, stuccata ed intarsiata in oro), collocata sull'altare centrale di marmo in stile barocco; la statua di S. Vito martire (prima metà del secolo XVI) anch'essa in pietra calcarea stuccata e ricoperta d'oro, posta nella cappella della navata sinistra. Il Santo viene rappresentato con due cani, la palma del martino e la croce. Prezioso è il fonte battesimale in marmo bianco. Nel 2014 la chiesa è stata sottoposta a importanti interventi di restauro.

 

SS. Annunziata

 

 

Fu costruita dal sacerdote Giuseppe Matranga su una precedente chiesa diruta. Annesso si trova l'ex convento dei Cappuccini.
La chiesa presenta una struttura anomala, con una navata centrale ed una destra. L'altare centrale in legno (1852), decorato con interessanti intagli, recentemente è stato spostato nella navata destra. La parte inferiore della mensa e il tabernacolo sono scanditi da colonnine, le parti superiori sono decorate con figure, viticci e spighe. L'altare è sormontato da un crocifisso in legno policromato con reliquiari dorati.
L'antico altare centrale è stato sostituito da uno in marmo quadrato di tipo bizantino sorretto da quattro colonne raffiguranti i quattro Evangelisti.
Lo spostamento dell'altare ha evidenziato l'affresco raffigurante l'Annunciazione, opera ultima del Novelli (1646).
Nella navata centrale si può ammirare una grande tela del secolo XVIII di scuola siciliana raffigurante l'Immacolata Concezione.
Occupano la parete sinistra due tele di autore ignoto raffiguranti S. Pietro in vincoli e S. Francesco e la Madonna in preghiera. Fanno parte dei beni artistici della chiesa altre 14 tele del XVII secolo, probabili opere di artista cappuccino raffiguranti i dodici Apostoli, il Cristo e la Madonna.

 

SS. Madonna dell'Odigitria

 

 

Ai piedi del monte Pizzuta, poco distante dal centro abitato, sorge la chiesa rurale della SS. Madonna dell'Odigitria, del 1488, anno in cui furono stipulati i Capitoli di Fondazione.
La chiesa, secondo una leggenda popolare, fu costruita in onore della Vergine (la cui immagine i profughi albanesi avrebbero portato dall'Albania) la quale avrebbe indicato il luogo dove avrebbero dovuto insediarsi definitivamente e costruire le loro abitazioni.

In due precisi periodi dell'anno, il mese di maggio e la prima quindicina di agosto, per antica tradizione, molti arbëreshë vi si recano prima dell'alba ad ascoltare la santa messa.
La chiesa, a pianta quadrata con altare centrale del sec. XVIII in marmi misti, custodisce un'immagine della Madonna (olio su tela) eseguita da Novelli padre nel 1612 e una lapide, posta nell'ingresso centrale, nella quale sono brevemente riassunte le vicende dell'insediamento.

 

Memoriale di Portella delle Ginestre

 

 

Il Memoriale di Portella delle Ginestre è una originale istallazione naturale-monumentale; un esempio di land art -arte della terra o del territorio- situata a circa tre chilometri da Piana degli Albanesi in direzione di S. Giuseppe Jato.
Il Memoriale, progettato e realizzato (1979-1980) dal pittore e scultore Ettore de Conciliis, con la collaborazione del pittore Rocco Falciano e dell’architetto Giorgio Stockel, sorge nel luogo dove la banda di Salvatore Giuliano, il primo maggio del 1947, sparò uccidendo uomini, donne e bambini inermi.
L’opera, a carattere non effimero né ideologico, è stata immersa nella natura e nel paesaggio per evitare di chiudere la memoria della strage in un blocco architettonico o in un chiuso gruppo di figure. De Conciliis, andando oltre le sistemazioni monumentali concepite in modo più tradizionale, ha tentato di imprimere un gigantesco e perenne segno della memoria sul pianoro sassoso di Portella delle Ginestre.

 


Un muro a secco fiancheggiato da una tipica trazzera, per una lunghezza di circa 40 metri, taglia la terra, come una ferita, nella direzione degli spari. Tutt’intorno, per un’area di circa un chilometro quadrato – sul luogo dove caddero i corpi innocenti - si innalzano grandi massi, alti da 2 a 6 metri, cavati sul posto della pietraia, che sembrano magicamente collegati come i preistorici menhir.
Uno di essi è il masso di Nicola Barbato, da dove il prestigioso dirigente pianioto dei Fasci Siciliani era solito parlare alla sua gente. Su due sassi sono rispettivamente incisi i nomi dei caduti e una poesia del poeta siciliano Ignazio Buttitta.

 

I NOVELLI A PIANA DEGLI ALBANESI

Pietro Antonio Novelli (1568-1625)
Pietro Antonio Novelli nacque nel 1568 a Monreale da famiglia originaria di Messina. Il padre per favorirne l’inclinazione artistica lo affidò ai Nicolosi e ai mosaicisti del Duomo. All’età di ventidue anni si trasferì a Messina dove si perfezionò nell’arte pittorica. Nel 1595 diventò capomastro del Duomo di Monreale e ne dipinse i quadri più importanti. L’opera di P. A. Novelli, pur essendo di maniera e non rivelando particolari lampi di genio, presenta correttezza di disegno e  sobrietà cromatica.

Opere
Si ha solo notizia documentaria di un quadro che il 2 luglio 1603 P.A. Novelli avrebbe consegnato a Pietro Borgia di Piana dei Greci. Il 26 luglio 1604 con atto notarile si obbligò a dipingere quattro quadri, tre affreschi e un quarto ad olio, a Giuseppe e Michele Matranga, rettori della confraternita di S. Giovanni degli Orfani di Piana, nell’omonima cappella dentro la chiesa di S. Giorgio. I tre affreschi sono andati distrutti con la cappella, mentre il quadro ad olio raffigurante il battesimo di Gesù (Battesimo di Cristo nel fiume Giordano, olio su tela, cm. 100 x cm. 72, Collegio di Maria) in occasione dell’Epifania, veniva esposta sulla fontana dei Tre Cannoli, nell’odierna piazza Vittorio Emanuele.

Il pittore monrealese dipinse inoltre nel 1612, per incarico del notaio Nicolò Dorangricchia, Vincenzo Carnesi, Francesco Matranga e Giuseppe Stassi, rettori della chiesa di S. Maria dell’Odigitria, un altro quadro (Madonna con bambino in grembo, olio su tela, cm 178 x cm 120, Chiesa rurale dell’Odigitria), ancora ben conservato, che raffigura una Madonna su una cassa con le braccia aperte come un’orante, in testa una corona sostenuta da due angeli e in grembo un bambino che con la destra benedice, alla maniera greca, mentre con la sinistra sostiene un globo.

 

Pietro Novelli (1603-1647)

Giovan Pietro Novelli nacque a Monreale il 2 marzo 1603 e vi trascorse l’adolescenza sotto la guida del padre, Pietro Antonio.
Dopo i quindici anni si stabilì a Palermo presso il pittore trapanese Vito Carrera e frequentò la casa del nobile Carlo Ventimiglia, matematico insigne e liberale maestro di discipline scientifiche. Qui si impadronì definitivamente della prospettiva e della composizione architettonica. Nel 1623 si sposò con la palermitana Costanza di Adamo. In questo periodo perfezionò la sua formazione artistica sotto l’influsso della tradizione cinquecentesca isolana (Sirena, Albina, Salerno, Carrera, il vecchio Novelli) e di alcuni maestri stranieri (De Wobrek, Fondulo, Paladino). Un impulso fondamentale gli provenne anche dallo studio delle opere lasciate sull’isola dal Caravaggio e, soprattutto, dall’arrivo a Palermo di Anton Van Dyck nel 1624. A partire da questa data si sviluppò lungo ventidue anni la sua produzione artistica. Dopo un viaggio a Roma e a Napoli nel 1633 ritornò in Sicilia e, divenuto l’artista più noto e richiesto, viaggiò incessantemente da un capo all’altro dell’isola, alternando opere di pittura con disegni per architetture, fortificazioni, oreficerie, apparati effimeri.
Nel 1636 il Senato di Palermo gli conferì la nomina di ingegnere e architetto. La sua presenza a Piana degli Albanesi è documentata negli anni 1641, 1644 e 1646.

Nel 1643 il viceré Giovanni Alfonso Enriquez lo nominò architetto del Regno. Morì il 27 agosto 1647 a seguito di una ferita subita nei giorni precedenti (il 22 agosto) durante la rivolta capeggiata da Giuseppe D’Alesi.
La formazione culturale e artistica di P. Novelli fu particolarmente eclettica e vi parteciparono tutte le correnti pittoriche dell’epoca, in particolare la pittura di Van Dyck. Novelli fu uno dei pittori più rappresentativi della metà del Seicento e del suo tempo possedette completamente il linguaggio espressivo. È impossibile ordinare in periodi la produzione novelliana in base ad elementi stilistici esterni. Nella sua aderenza alle diverse tecniche, tuttavia, si può distinguere il colorismo primaverile dei suoi affreschi da quello autunnale delle sue tele. Nella pittura murale, rispetto a quella su tela spesso d’impronta più naturalistica {specie nei ritratti e nelle figure isolate di santi), manifesta interessi più illustrativi, d’intonazione morfologica classicheggiante tendente ad una certa enfasi barocca. Nelle sue ultime opere i mezzi espressivi sembrano diventare più sobri. Novelli rimane vivo nelle sue opere più che nel culto dei mediocri seguaci tra i quali i più diretti furono i figli Pietro Antonio e soprattutto Rosalia.

 

Opere
L’Eterno Padre partecipe della Resurrezione del Cristo e le Testimonianze Evangeliche e Dottrinali delle Chiese Latina e Greca, 1641-1644, affreschi dell’abside e dell’arco trionfale, cm 680 x cm 610. Cattedrale di S. Demetrio, Piana degli Albanesi.

Il 29 ottobre 1641, con atto notarile, Pietro Novelli s’impegnava a "dipingiri a frisco tutta la tribona della chiesa maggiore della terra della Piana giusta la forma del disegno".

I lavori furono completati, quasi certamente, il 29 ottobre del 1643. L’anno successivo ritornò per alcuni ritocchi. Nel catino absidale vi raffigurò l’Eterno Padre, alla cui destra sta l’Arcangelo Michele che, vestito da guerriero, regge con la sinistra uno scudo recante il motto Quis ut deus. Alle sue spalle Uriel, l’angelo illuminatore, brandisce una spada. Segue Sealtiel in preghiera ed ancora Barachiel, l’angelo della benedizione, che impugna uno scettro. Dall’altro lato, a sinistra, Gabriel, l’angelo "messaggero", in tunica bianca con in mano un giglio, simbolo della purezza. Segue Raphael, l’angelo della guarigione, raffigurato mentre intima a Tobia di afferrare il pesce, che gli restituirà la vista. Poi Indiel, l’angelo della gloria. Nella tessera inferiore sono raffigurati gli apostoli testimoni e divulgatori della parola di Cristo. Queste gigantesche figure senili recano, ciascuno, l’emblema del martirio subito o il simbolo dell’apostolato svolto. Essi sono nell’ordine, da sinistra, Giovanni Evangelista, Giuda Taddeo, Giuda l’Escarioto, Giacomo, Andrea, Simone detto Pietro ed il fratello Paolo, Giacomo il Minore, Bartolomeo, Tommaso, Filippo, Matteo.

Nella tessera ancora inferiore è raffigurato il Cristo resuscitato che ascende al cielo, benedice con la destra e sventola, nella sinistra, lo stendardo della vittoria. Ai due lati sono raffigurati i quattro Dottori della Chiesa greca: S. Gregorio, S. Anastasio, S. Basilio, S. Giovanni Crisostomo.

Nel sottarco dell’abside, il Novelli dipinse a sinistra S. Giovanni Battista, il precursore di Cristo; al centro lo Spirito Santo (sotto forma di colomba), circondato da cherubini; a destra la Vergine Immacolata (con le mani giunte sul petto) coronata di stelle. Sull’arco trionfale raffigurò, a sinistra, S. Nicolò di Bari che regge la tiara papale; a destra, S. Giovanni Damasceno il quale regge un volume aperto su cui è inciso l’incipit del cantico indirizzato alla Madonna. L’affresco è stato restaurato nei primi anni 70 del secolo scorso.

La Resurrezione di Cristo nelle testimonianze dei Padri della Chiesa occidentale, 1644, affreschi della volta della cappella del SS. Sacramento, Cattedrale di S. Demetrio.

Gli affreschi, eseguiti in poco tempo, dal Novelli, furono commissionati da Paolina, vedova del chierico Lorenzo Petta che per volontà testamentaria aveva chiesto di essere sepolto nella cappella del SS. Sacramento. In collaborazione con Luigi di Geraci, Matteo Ferrea e Battista Serpotta, Pietro finì i lavori, iniziati probabilmente il 23 lu­glio 1644, in pochi giorni. Negli affreschi, assai meno importanti di quelli dell’abside maggiore, è raffigurata sotto l’arco della cappella la colomba dello Spirito Santo, aureolata da quattordici cherubini, suddivisi in sette per ciascun lato e nel tondo centrale della volta il Cristo risorto e trionfatore sul peccato mortale. Da sinistra verso destra sono raffigurati l’Arcangelo Michele che regge lo scudo e impugna una spada e, nelle altre tre lunette, S. Ilario di Poiters, S. Girolamo e S. Agostino, i teologi della spiritualità della Resurrezione della carne.

Annunciazione, 1646, affresco, cm 430 x cm 230, Chiesa dell’Annunziata.

L’af­fresco fu commissionato al Novelli nel 1646 da Tommaso Petta, beneficiale della chiesa della SS. Annunziata. Anche in questa “Annunciazione” la fluorescente figura dell’Angelo agisce da elemento catalizzatore e, nello stesso tempo, da raccordo tra l’Eterno Padre e Maria. Essa è ritratta nell’ultima fase del congedo mentre esclama Ecco la serva del Signore. Pochi altri elementi narrativi completano la coreografia: un’anfora con il giglio, il rosso inginocchiatoio su cui si accosta l’esile figura della Vergine. Nel 1972 l’affresco è stato sottoposto al restauro, che ha eliminato le ridipinture e restituito al dipinto l’armonia degli accordi cromatici.

San Giorgio in prigione, olio su tela, Chiesa di S. Giorgio

L’opera recentemente restaurata è stata attribuita all’artista monrealese per il monogramma G. P. N. che si in­travede in controluce in basso alla destra del dipinto. Il quadro potrebbe essere in effetti una tra le prime opere del Novelli, la mano del quale si rivelerebbe nel disegno dei puttini.

S. Antonio Abate, affresco, cm 185 x cm 120, Chiesa di S. Giorgio.

Questo affresco pro­viene dalla chiesa omonima dalla quale è stato staccato a causa dell’umidità. Il Santo è seguito da un cinghialetto che viene fuori da un paesaggio piuttosto spoglio. La maestosità della figura e la composi­zione richiama il pittore “senza sorriso”. L’opera, risalente intorno al 1644, da più parti è stata attribuita ad entrambi i Novelli (padre e figlio) che in quel periodo lavoravano a Piana.

Chiesa di SS. Maria Odigitria (1644)

Dopo aver completato gli affreschi nella chiesa di S. Demetrio a Piana degli Albanesi, Paolina Petta diede incarico al Novelli di eseguire un progetto in modello ligneo per la costruzione della chiesa che il 16 agosto 1644 fu pronto. Dalle cave della «contra­da Xexi [Sheshi]» fu estratta la pietra per la costruzione dell’e­dificio, che fu realizzato dai maestri Giovanni Batti­sta Serpotta, Leonardo Oddo e Matteo Ferrea. Nel 1733 l’originaria tipologia interna della chiesa veniva in parte modificata a causa dell’accorpamento delle fabbriche del limitrofo Collegio di Maria. Nel secolo scorso, quando venne realizzata la mo­derna sistemazione urbanistica, fu costruita la scala di accesso alla chiesa, prospiciente sull’odierna piazza Vit­torio Emanuele.

 

Le icone di Piana degli Albanesi

Il patrimonio iconografico della Diocesi di Piana degli Albanesi è uno dei tesori dell'arte e della spiritualità bizantina che arricchiscono la Sicilia fin dagli inizi del secolo XVII. Le opere che si possono ammirare nelle chiese di Piana, non sono tutte di produzione locale. La maggior parte di esse è stata traslata presso la chiesa di S. Nicola, dalla chiesa omonima di Palermo, a seguito della sua distruzione durante la seconda guerra mondiale.
Il "corpus" pittorico è attualmente conservato nell'Iconostasi della suddetta chiesa e nella sala del trono dell'Episcopio di Piana. Due altre icone, invece, si trovano presso il piccolo museo delle suore Collegine, e una, la classica Odigitria presso la cappella del Seminario Diocesano.
Gli studiosi, dopo i restauri e le ripuliture di pesanti pitture settecentesche, hanno ipotizzato, quale sede della maggior parte della produzione artistica delle stesse, il monastero di Mezzojuso, e lo ieromonaco Joannikios quale maggior pittore di icone ivi operante.
Di lui conserviamo nella Chiesa di S. Nicola: il S. Nicola in cattedra, la serie dei Padri della Chiesa e il Cristo sommo sacerdote e re dei re. Si tratta di opere della prima fase pittorica del nostro iconografo, la fase giovanile, caratterizzata da "piani piuttosto duri e piatti delle sue costruzioni, informati di un coerente vigore elastico, quasi aggressivo. Elevate alla monumentalità queste qualità producono un’iconografia di singolare potenza" (J. Lindsay Opie). Nella fase della maturità, invece, l'impostazione permane vigorosa e monumentale, "ma l'esecuzione si scioglie. Le pennellate diventano larghe e sottili, il disegno più sommario e abbozzato. I colori si distinguono per la resistenza diminuita mentre le tinte si restringono e s'inaspriscono nella preferenza per le tonalità fredde e preziose" (Idem) come si può notare nell'Odighitria conservata nella Cappella del Seminario.
Ma le opere del Joannikios non sono le uniche che si conservano a Piana, perché si possono ammirare le icone di almeno tre altri grandi iconografi: il Maestro dei Ravdà, il Maestro di S. Andrea e il Maestro della Deisis, benché quest'ultimo sembra non abbia lavorato in Sicilia. Si tratta, probabilmente, di un iconografo cretese le cui opere sono state importate dapprima a Palermo e da lì a Piana.
Sempre nella chiesa di S. Nicola del Maestro dei Ravdà possiamo contemplare S. Giovanni il Precursore, raffigurato con le ali d'angelo (messaggero) in quanto annunzia la venuta del Cristo, chiamando gli uomini alla conversione; e le due icone accanto alla croce: la Madre di Dio Addolorata e S. Giovanni Evangelista.
A caratterizzare le sue icone la colorazione semplificata e il forte accento espressionistico, ma anche la modellatura rifinita e i colori impreziositi.
Del Maestro di S. Andrea possiamo, invece, ammirare la Serie dei 12 Apostoli, posti in alto nell'iconostasi. La caratteristica di queste, ma in generale di tutte le icone del Maestro, è la sicura esecuzione delle figure a sobri colori e la loro robusta impostazione pittorica ancora cinquecentesca.
Tuttavia essi non sono i soli iconografi, abbiamo un'icona firmata da una certa Caterina di Candia e altre di cui si ignora l'autore, ma tutte corrispondenti al buon gusto dell'arte e alla spiritualità della tradizione bizantina.
A questa si ricollegano i pittori di icone del XX secolo, le cui opere si possono osservare nella Chiesa Cattedrale di S. Demetrio e nella chiesa di S. Giorgio Martire.
Gli iconografi contemporanei, con le loro opere, dimostrano che il tempo dell'iconografia non è finito, ma, al contrario, mantiene viva e continua una tradizione che, se ben capita e interpretata, ha la forza di riproporre quei valori dell'arte e della spiritualità, che non tramontano essendo espressioni tangibili di una viva realtà ecclesiale e sociale, che l'Eparchia di Piana degli Albanesi rappresenta come un unicum in Sicilia e nel mondo. 

 

Palazzi

Collegio di Maria
Il Collegio di Maria, unito alla Chiesa dell'Odigitria, sorge in piazza Vittorio Emanuele.

La fondazione risale al 1731 ed è merito del papas Antonino Brancato, aiutato da Padre Giorgio Guzzetta.
Nel 1732, ottenute le autorizzazioni ecclesiali e le rendite, l'edificio era quasi completato e il 22 marzo 1733, il Collegio veniva inaugurato.

Annesso al Collegio di Maria, in Salita Brancato, l’Istituto "Padre Giorgio Guzzetta", un’istituzione scolastica privata, di istruzione materna e secondaria.

L’istituto, fondato nel 1963, ha costituito una valida alternativa per tutti gli studenti che hanno voluto continuare gli studi a Piana e non nel capoluogo palermitano.
Per lunghi anni ha ospitato la Scuola e l’Istituto magistrale. In tempi più recenti, nel tentativo di soddisfare nuove esigenze formative, vi è stato attivato il Quinquennio sperimentale previsto dal Progetto Brocca, secondo l’indirizzo socio-psico-pedagogico.
Anche in quest’istituto, è viva e presente l’esigenza di salvaguardare e trasmettere il patrimonio culturale arbëresh nel solco di un’antica e prestigiosa tradizione.

 

Istituto SS. Salvatore - Sclizza

 


Edificato nella metà degli anni '50 è situato alla sommità dell'omonima collinetta in un’invidiabile posizione panoramica che domina tutta la valle. E' un complesso edilizio-monumentale gestito dai monaci basiliani, i quali fanno capo alla Badia greca di Grottaferrata (Roma).

 

Oratorio di S. Filippo Neri - Ritiri
L'Oratorio per i preti greci celibi, detto Ritiri, fu fondato da Padre Giorgio Guzzetta nel 1715 nei locali attigui alla chiesa di San Giorgio.

La porta anteriore d’ingresso si trova nella parte più elevata, a nord-est dell'Istituto. Da qui si scorge ancora l'insegna assunta dall'oratorio, un cuore posto in una fiamma fra due rami uno di palma e l'altro di ulivo. Il ramo di ulivo simboleggia alla conciliazione della chiesa greca con la cattolica apostolica romana; il ramo di palma allude alla vittoria che si otterrebbe nel ricondurre la Chiesa greca all'ubbidienza del Papa.
Questa porta d’ingresso immette su un grande atrio; indi si passa ad una saletta, dalla quale per mezzo di una larga scala si passa al piano superiore quindi si passa ad un corridoio piuttosto largo e lungo, dal quale si entra nelle camere abitate in passato dai Padri Filippini. In fondo al corridoio due stanze ospitavano la biblioteca dell'Istituto.

Prima della restaurazione nella scala, che conduce alla parte superiore dell’edificio, si passava dalla sagrestia della chiesa di S. Giorgio.

Attualmente l'edificio ospita le collezioni del museo civico "Nicola Barbato".

 

L'Ospedale
La costruzione dell'Ospedale pubblico risale al 1575, in occasione della prima grande epidemia di peste scoppiata in Sicilia. Ubicato in via Giorgio Kastriota, di esso è possibile ammirare ancora l'architrave della porta d'ingresso in cui si legge la data del 1627, anno del suo rifacimento, avvenuto in occasione della seconda epidemia pestilenziale.

 

Palazzo Manzone
Fu costruito nel 1808, è stato proprietà del Conte Tommaso Manzone, che per generosità, con suo testamento segreto del 18 febbraio 1893 depositato presso il notar Baldi Luigi di Genova nominava eredi universali dei suoi beni gli asili rurali ed urbani di Palermo, con l'obbligo che l'amministrazione dei medesimi fondasse in Piana dei Greci, patria della famiglia Manzone, un asilo infantile capace dì ricoverare 50 bambini.
Esso è posto all'estremità nord dell'abitato vicinissimo alla collina denominata Sheshi. La costruzione fu fatta a varie riprese quindi senza unità di architettura e di disegno.
Il palazzo Manzone consta di dodici stanze le quali erano assegnate ai seguenti usi: “due per le scuole, una per ricreazione, un'altra per refettorio, un'altra per cucina, un'altra per la direzione, una per lavatoio con fontana e zampilli d'acqua, una stanzetta per ritirata – retré- costruita secondo l'uso moderno; tre stanze in riparazione da destinarsi per altri usi; infine una terrazza piuttosto spaziosa che la direzione vorrà certamente adomare con fiori di varia specie per rendere più vaga e più lieta la dimora dei bambini”.
Il palazzo Manzone recentemente ristrutturato, in attesa di destinazione è entrato a far parte del patrimonio immobiliare del Comune di Piana degli Albanesi.

 

Artigianato artistico moderno

Il ricco patrimonio artistico-culturale degli Arbëresh di Piana degli Albanesi non poteva non avere interessanti influenze nella produzione artigianale locale.
Le opere dei moderni pittori di icone, che si possono ammirare nella Cattedrale di S. Demetrio e nella Chiesa di S. Giorgio, si ispirano al buon gusto dell'arte e alla spiritualità bizantina, mantenendo ancora viva una tradizione ancora ben radicata nella comunità.
Questi iconografi, con esperta manualità e fedele studio dei materiali, dei procedimenti, dei caratteri stilistici, operano nella stretta osservanza di canoni, fissati da secoli, per ogni particolare della composizione: l’atteggiamento dei personaggi, i simbolismo degli elementi,la scelta dei colori.

Il pregio maggiore di queste icone deriva proprio dal sapore antico di cui sono intrise, dalla raffinatezza della fattura e dallo splendore della veste cromatica.

La tradizione del ricamo, invece, risale ai tempi della fondazione del Collegio di Maria (1731), dove venivano educate "[...] le fanciulle del paese tanto nelle lettere, quanto nella musica, nel canto e nei lavori donneschi di cucito e di ricamo in bianco, in seta, in argento ed in oro[...] " (Schirò G., 1923) e "[...] si eseguono importanti lavori di ricamo in oro, in argento, in seta, in bianco, a rinascimento, in pittoresco, guarnizioni al tombolo, trine, merletti ecc.. e tali lavori sono stati ammirati da tutti coloro che si fanno a visitare il Collegio [...]" (Costantini G., 2000).

La produzione quasi ininterrotta, da oltre cinque secoli, e la qualità dei costumi femminili tradizionali si devono, quindi, alla grande abilità artigianale delle ricamatrici arbëreshe nel trasformare la seta, il velluto, in preziosi abiti, usando il tombolo o il telaio o semplicemente l'ago.
Ma tali abilità non si esauriscono nel confezionamento dei costumi. Accanto ai ricami in oro e in seta, esistono, altri lavori di ricamo di pari bellezza, eseguiti soprattutto per la preparazione dei corredi nuziali: merletti (a spola, a tombolo, all'uncinetto); ricami ad ago su carta telata (punto ad ago e punto Venezia); sfilati "quattrocento", "cinquecento" e "ottocento siciliano"; ricami a "punto inglese", a "punto croce", a "punto pittoresco", a "punto ombra" etc.

I prodotti di oreficeria locale sono soprattutto legati alla produzione dei preziosi accessori del costume da donna arbëresh come il brezi, pindajet kriqja e kurçetës, rrusarji, domanti, la cui origine è questione alquanto controversa.
In altri materiali "poveri" come pietra, legno, ferro e vetro, sono prodotti altri manufatti di interesse artistico.

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