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 MUSICA E CANTI TRADIZIONALI

 

   La musica e i canti popolari degli Arbëreshë di Sicilia sono profondamente legati alla tradizione religiosa. Il repertorio di canti impiegati in ambito liturgico e paraliturgico è molto ampio.

Accanto a queste composizioni, di prevalente origine colta, esistono, anche, altre testimonianze di carattere profano, fortemente influenzate, peraltro, dalle tradizioni musicali autoctone.
Fra i canti i più diffusi ricordiamo: Kostantini i vogëlith (Costantino il piccolo), O e bukura More (O bella Morea), Kur të pash të parën herë (Quando ti ho visto per la prima volta) Lazëri (Il canto di Lazzaro), O mburonjë e Shqipëris (O protettrice dell’Albania). Di questi i più emblematici sono: O e bukura More (O bella Morea) canto profano e O mburonjë e Shqipëris (O protettrice dell’Albania), canto religioso.

O e bukura More è un canto autenticamente popolare comune, in diverse varianti, a tutti gli Arbëreshëd’Italia. In pochi versi, con toni lenti e struggenti, vi si esprime il dramma e il dolore di chi è stato costretto ad abbandonare, cacciato dall’odio e dalla violenza, la propria patria e i propri affetti.
O mburonjë e Shqipëris, invece, composto dal celebre scrittore italo-albanese Giuseppe Schirò, è divenuto un autentico canto popolare, eseguito in occasione delle feste religiose più significative.

In esso si invoca la protezione della Madonna dell’Odigitria sugli Arbëreshë e sulla lontana Albania.

 

ORIGINI DEL COSTUME FEMMINILE DI PIANA

 

 

Dopo oltre cinque secoli il costume ha risentito di diverse influenze e trasformazioni che rendono difficoltoso ricostruirne il percorso evolutivo e quindi le origini.
Bernardy osservava che il costume arbëresh “…appartiene al mondo albanese rifugiatosi in Italia in seguito alle oppressioni turche alla fine del secolo XV e il principio del XVI secolo, e conserva il suo carattere orientale nelle forme e nei colori della camicia, del corpetto e del copricapo" .

In Albania, fino al XIV secolo, il costume subì l’influsso orientale e bizantino visibile nel drappeggio più ampio, nelle maniche lunghe e larghe, nella preziosità delle stoffe, nell’utilizzo della seta e dei ricami d’oro e d’argento, e soprattutto nella policromia dei tessuti.
Dal XV secolo si cominciarono a sentire anche i primi influssi occidentali. La moda italiana del ‘500 e ‘600, che, a sua volta aveva subito influenze orientali, è l’ambito entro il quale si attivarono i processi che avrebbero dato vita a questi abiti e in questo senso esistono riferimenti, documentari e iconografici, utilizzabili affinché si tenti una ricostruzione delle loro origini: numerosi ritraiti, eseguiti nel ’500 e nel ’600, di dame italiane in abiti del tutto simili alle ncilone – un’ampia gonna raccolta in vita da numerose piegoline lanciata nel campo della moda europea di allora da Caterina De Medici -;  la famosa “Fornarina" di Raffaello con le maniche attaccate al corpetto tramite laccetti che lasciano sbuffare ai lati la camicia; il velo portato in vario modo in incisioni veneziane del ’600; l’Annunziata di Antonello da Messina con la sua mantellina azzurra diventata un capo fondamentale del costume arbëresh, il presepe storico della reggia di Caserta, dove si nota che kurorët (fasce di rete d’oro lavorale a tombolo) ornano numerose gonne dei personaggi femminili settecenteschi; le stampe di Houel e di Vuiler del ‘700; gli atti dotali più antichi che documentano il costume sin dal ’500.
Questi spunti, per quanto significativi, non consentono tuttavia di andare oltre alle supposizioni e ad una generica contestualizzazione estetico-cronologica, lontane entrambi da una ricostruzione di quei passaggi riscontrata e definitiva.
Se l’abito femminile tradizionale si è comunque ben conservato altrettanto non si può dire di quello maschile caduto in disuso o forse mai esistito in forma stereotipata. Alla fine degli anni ’50 per esigenze sceniche, in occasione di una rappresentazione teatrale al Teatro Biondo di Palermo, il costumista creò un costume maschile di ispirazione balcanica che richiamava quello femminile. Da allora una quindicina di questi costumi vengono indossati negli appuntamenti turistici più importanti.

 

I costumi tradizionali femminili

 

 

Il costume tradizionale femminile, come la lingua e il rito, è uno dei segni più evidenti della diversità culturale degli Arbëreshë. È una singolare espressione d’autocoscienza locale che manifesta anche in questo modo la volontà di conservare insieme identità e tradizioni.
Gli abiti tradizionali, nonostante siano ancora tramandati da madre in figlia e conservati gelosamente, sono ormai sempre più lontani dalla loro destinazione originaria, avendo perso il legame con gli eventi. Più che abiti possono considerarsi costumi e sono diventati strumenti di identificazione che assolvono quasi esclusivamente a funzioni simboliche circoscritte ad alcune occasioni: il giorno delle nozze, la Settimana Santa e altre poche cerimonie religiose e festive.
Anche le attività lavorative correlate hanno un rilievo molto importante e offrono un illuminante spaccato socio-economico. L’impiego di manodopera quasi esclusivamente femminile rinvia, infatti, ad una divisione del lavoro, nella società e nella famiglia, di tipo tradizionale, attualmente in via di definitivo superamento. Le donne, avviate a tale attività sin dall’infanzia, gradualmente raggiungevano una perizia tecnica che consentiva loro di provvedere direttamente alla preparazione del corredo della loro dote.
La maggior parte della produzione dei manufatti è dovuta storicamente a questo tipo di artigianato domestico che, seppur basato su canoni di pura riproduzione dei motivi, ha raggiunto livelli artistico estetici spesso ragguardevoli con il concorso del gusto personale delle operatrici, la cui formazione non si esauriva nell’ambito familiare ma, specialmente dal secolo XVIII, ha potuto beneficiare di una vera e propria scuola di ricamo quale era a quel tempo il Collegio di Maria di Piana degli Albanesi, dove le suore, specialiste nel ricamare l’oro, confezionavano il tradizionale abito e dove ancora oggi esiste una esposizione permanente di quei ricami.

 

Accessori principali del costume

È l’ornamento principale del costume; consiste in una cintura in argento formata da placche unite al centro da una borchia cesellata a mano raffigurante soggetti di carattere religioso, tradizionalmente si tratta di santi protettori di Piana (S. Giorgio, S. Demetrio, Vergine Odigitria, San Vito).
Nella lingua albanese la parola brez significa "generazione", "stirpe", "discendenza", "progenie" a conferma del fatto che la cintura viene assunta a simbolo della maternità. E infatti nello scambio rituale di doni durante il fidanzamento, il brezi veniva donato alla  futura sposa, alcuni giorni prima delle nozze in occasione dell’esposizione della dote o di solenni festività, per augurarne la fecondità.

A conferma ulteriore dell’origine votiva della cintura, al soggetto sacro della borchia centrale la coppia si affidava affinché fosse loro assicurata la fertilità e quindi la continuità delle generazioni. Questo accessorio fondamentale, a testimonianza degli stretti legami con la cultura siciliana, veniva realizzato a Palermo.

 

 


Keza.

Accessorio dell’abito nuziale, si tratta un copricapo in velluto di colore cremisi e verde ricamato in oro e argento con motivi floreali, incavato all’interno e utilizzato a sostegno del velo, sqepi.

Keza viene altresì usata con l’abito del Venerdì Santo a sostegno del manto nero.
Essa è simbolo del nuovo status sociale che la donna, sposandosi, viene ad assumere e della responsabilità che ne deriva.

 

  1. È un velo in finissimo voile di seta color ocra utilizzato nelle cerimonie nuziali solo dalle spose. Esso pende dalla keza ed è fermato ai fianchi.

 

 

 

Tradizioni Popolari

Le peculiarità storiche e culturali non hanno mai impedito, né poteva essere diversamente, che gli Arbëreshë di Piana degli Albanesi stabilissero proficue relazioni con la cultura, la lingua, gli usi e le tradizioni popolari della Sicilia.
Molte di queste tradizioni, riferibili a vari momenti dell'anno e della vita quotidiana, sono cadute in disuso, altre, invece, legate alle scadenze religiose che notoriamente presentano un forte carattere conservativo, hanno mantenuto una loro vitalità. Se ne riportano, qui di seguito, alcune delle più note.

 

Benedizione delle arance - Il 6 gennaio, secondo una tradizione documentala sin dal XVII secolo, i bambini sono soliti portare delle arance, legate ad un ramoscello, per farle benedire presso la fontana dei Tre Cannoli, in Piazza Vittorio Emanuele, in occasione della cerimonia della Benedizione delle acque.

 

 

Kalivari - Carnevale

 

 

- Il periodo del Carnevale è compreso tra il 7 gennaio e il mercoledì delle Ceneri. Kalivari è per definizione, festa trasgressiva nella quale la "normalità" viene temporaneamente accantonata per dare libero sfogo al gioco e alla creatività. 

Gli Arbëreshë, profondamente legati a questa ricorrenza, la festeggiano in modo particolare.

Il corso principale del paese, per l'occasione, viene addobbato con materiale carnevalesco (festoni, luci colorate, maschere, ecc.) diverse sale da ballo dove ogni giovedì, sabato e domenica sera, le donne in maschera invitano al ballo gli uomini in attesa di essere prescelti. Motivo di spassosi equivoci, nel segno del sano divertimento, sono i frequenti travestimenti nell'uno e nell'altro sesso.
I numerosi turisti, attratti dalle sfilate in maschera e da questo modo originale di interpretare il Carnevale, partecipano attivamente alla festa.
Caratteristici sono i dolci detti rispettivamente loshka e petulla ( il primo dalla forma sferica e il secondo dalla forma schiacciata, preparati con pasta lievitata, fritta e zuccherata), che vengono consumati l'ultimo lunedì del Kalivari.

 

 

 

Ndrikulla bari- Comari d'erba - Con un semplice scambio di un filo d'orzo o di grano germogliato, il 24 giugno, giorno della ricorrenza di S. Giovanni, le ragazze stabilivano legami di amicizia sincera e duratura.
Secondo questa consuetudine, ancora in uso lino a pochi decenni addietro, le protagoniste dello scambio diventavano cosi ndrikulla bari, comari d'erba.
I germogli del "commarato" erano coltivati da ragazzini che li vendevano porta a porta ripetendo la frase Ka e çitarni Shën Janin? (Accettate S. Giovanni?)

 

Il rito di S. Giovanni e S. Pietro - Il 24 e 29 giugno, in occasione delle ricorrenze di S.Giovanni e di S. Pietro, si pratica una sorta di rito per ottenere la grazia dai santi.
Si fa fondere in un vecchio tegame dello stagno (o della cera) e poi lo si versa in una bacinella colma d'acqua dove acquista forme svariate.
A questo punto si chiede che lo stagno assuma la forma di un brezi (la cintura a placche con borchia centrale d'argento del costume tradizionale femminile), o di una kurçetë (gioiello a forma di piccola croce anch'essa accessorio dello costume femminile) o delle chiavi del Paradiso (Kliçet e Parrajsit).
Il rito è accompagnato da una filastrocca:
O i Shën Jan o i Shën Pjetrë
O San Giovanni o San Pietro
Buna një brez o një kurçetë
Facci un brezi o una crocetta

O nëmos Kliçet e Parrajsit
O altrimenti le chiavi del Paradiso
O mirë o mosgjë.
O bene o nulla.

 

Otaret- Altarini del Corpus Domini - In occasione della ricorrenza del Corpus Domini venivano allestiti dal vicinato di molti rioni del paese, piccoli altari di varie fogge addobbati con oggetti sacri e drappi di tessuto pregiato di provenienza privata. 

Gli altari, coperti di fiori di ginestra, erano raggiunti e benedetti dai sacerdoti (papàdes) in processione.

 

I riti pasquali a Piana degli Albanesi sono molto suggestivi. Chiaro è il forte legame con l'antica appartenenza all'etnia e alla tradizione albanese, perpetuata anche nella vita di tutti i giorni, nei rituali religiosi e nella lingua. Qui da più di 500 anni si conservano gelosamente le peculiarità etniche, linguistiche, culturali e religiose d'origine. Gli abitanti di Piana degli Albanesi, grazie alla loro tenacia e alle proprie istituzioni culturali e religiose, nel corso dei secoli hanno mantenuto inalterata la propria identità e le proprie radici culturali quali gli usi, le tradizioni, i caratteristici costumi femminili riccamente ricamati, la lingua albanese e il Rito Bizantino.

 
 
 
 
Le manifestazioni religiose bizantine raggiungono il loro culmine nella celebrazione della Settimana Santa (Java e Madhe), evento religioso di fortissima spiritualità, il più grande avvenimento del calendario ortodosso. In essa, infatti, trova giustificazione tutto il discorso escatologico e ogni motivo di speranza, come canta il famoso inno del Christos anesti-Krishti u ngjall (Cristo è risorto). Varia la Liturgia delle Ore, l'amministrazione dei Sacramenti (i Misteri), la Liturgia Divina, che ha due antichissimi formulari risalenti a S. Giovanni Crisostomo e a S. Basilio il Grande. Gli Uffici divini diventano più lunghi e solenni, intense letture si alternano al canto dei salmi, prostrazioni profonde allo stare in piedi, colori rossi e violacei sostituiscono nei paramenti quelli dorati. In questo contesto tutto ha un significato: i gesti, i canti, le processioni, i fiori, i profumi, gli incensi. Tutto si armonizza e concorre a celebrare l'unico Signore che muore e risorge per tutta la Chiesa.
 
I festeggiamenti riguardanti la Grande e Santa Settimana (Java e Madhe) a Piana degli Albanesi sono i seguenti:
 
La Resurrezione di Lazzaro (Lazëri):
 
A Piana degli Albanesi il venerdì precedente la Domenica delle Palme si festeggia la Resurrezione di Lazzaro, Lazëri, durante la quale gruppi di giovani, guidati in genere dal papás, il sacerdote, sul sagrato della Cattedrale, eseguono in coro l'antico canto albanese che rievoca la resurrezione di Lazzaro. Questi cori durante la notte attraversano le vie cittadine sostando presso famiglie che accolgono gli ospiti, offrendo uova, dolciumi, bibite e frutta secca.
 
La Domenica delle Palme (E Diellja e Rromollidhet):
 
 
 
 
 
Particolarmente significativa e coinvolgente è la celebrazione della Domenica delle Palme, Rromollidhet, che ricorda l'ingresso di Gesù in Gerusalemme.I festeggiamenti hanno inizio nella chiesa di S. Nicola di Mira, dove si svolge il rito della benedizione delle palme e dei rami d'ulivo. Si prosegue con una processione guidata dall'Eparca che, con in mano un crocifisso ed una piccola palma, a dorso di un asinello attraversa, avvolto nel manto, mandías, il corso principale del paese fino alla Cattedrale, dove si celebra la Divina Liturgia.
 
Giovedì Santo (E Intja e Madhe):
 
Momento più atteso da ogni fedele è il rito del Giovedì Santo, giorno in cui viene effettuata la lavanda dei piedi; il sacerdote, che impersona San Pietro, accetta di farsi lavare dal vescovo, per l'accasione privo dei ricchi paramenti, poichè impersona Cristo. Si tratta di un momento altamente suggestivo.
 
Venerdì Santo (E Premtja e Madhe):
 
 
 
 
Molto particolari sono anche i riti del Venerdì Santo, giorno in cui si possono ascoltare i canti tipici in albanese(Vajtimet), che celebrano la Passione e la Morte del Cristo, esecuzioni queste molto toccanti. Si celebra, inoltre, la processione dell'immagine del Cristo, preceduta dal Crocifisso posto in un'urna addobbata con molti fiori. Ilcorteo viene accompagnato da gruppi di fedeli. Non manca l'esecuzione di canti funebri commoventi, manifestazione di poesia, accompagnati dall'utilizzo di strumenti di legno molto particolari, dalla tipica origine bizantina. Da notare l'assenza del suono delle campane, la quali vengono legate per non potere appunto suonare, dal mattino del giovedì fino al mezzogiorno del sabato.
 
Il Sabato Santo (E Shtunia e Madhe):
 
Il Sabato Santo è celebrato il trionfo di Cristo, durante il Vespro e la liturgia di S. Basilio. Giornata caratterizzata nella celebrazione, nelle chiese principali del paese, dai battesimi; è infatti il giorno della speranza e dell'invocazione, affinchè il Cristo risorto possa salvare il mondo. Uno dei momenti più significativi è il canto dei tre fanciulli del profeta Daniele, intonato dai papàs in lingua albanese. All'annuncio della Resurrezione il Celebrante cosparge le navate della chiesa di foglie di alloro, simbolo della gloria di Dio. A mezzanotte il clero ed i fedeli con le candele accese si avviano in corteo sul sagrato della Cattedrale dell'Eparchia di Piana degli Albanesi, fermandosi davanti al portone chiuso, dove il Celebrante intima alle potenze del male, rappresentate da una voce proveniente dall'interno, di non ostacolare l'ingresso del corteo. Dopo breve resistenza delle forze occulte, le porte del tempio si spalancano e il corteo, intonando il Christós anésti (Cristo è risorto) in greco ed in albanese (Krishti u ngjall), entra nella chiesa inondata di luce. Terminata la funzione liturgica, gruppi corali sfilano per le vie cittadine al canto dell'Anástasis (Resurrezione).
 
Domenica di Pasqua (Pashkët):
 
 
 
 
 
La Domenica di Pasqua, Pashkët, viene esposto ai fedeli un Santo Velo, un reliquario ricamato e viene portata in processione un'icona secondo l'uso bizantino. Suggestivo è l'inno della Resurrezione, cantato ripetutamente durante l'Officio dell'Aurora (órthros), dell'innografo bizantino Giovanni Damasceno. Segue la liturgia di S. Giovanni Crisostomo, officiata dai Concelebranti avvolti nei preziosi paramenti sacri. Il solenne Pontificale si conclude con un folto corteo di donne vestite con i caratterisici costumi albanesi del '400, che, dopo aver partecipato ai sacri e solenni riti, sfila per il Corso Kastriota raggiungendo la piazza principale. Al termine del corteo, in un tripudio di canti e colori, viene impartita dai papàs la benedizione (bekimi) seguita dalladistribuzione delle uove rosse (vetë të kuqe), simbolo della rinascita.
 
 
 
 
 
Le uova rosse di Pasqua sono una tradizione a Piana che va avanti da secoli. Cariche di simboli che richiamano la vita, la fertilità e la Resurrezione, le uova rosse, preparate per il Sabato Santo, sono mangiate dopo mezzogiorno, quando le campane riprendono a suonare mentre il profumo d’incenso inonda le case. Sono utilizzate anche per abbellire Panaret (Pani di Pasqua), e vengono distribuite ai fedeli e ai turisti la Domenica di Pasqua dopo la sfilata delle donne in costume tradizionale albanese e la benedizione (bekimi). È una tradizione orientale del rito greco-bizantino e di tutte le famiglie arbëreshë di Piana degli Albanesi preparare le uova rosse (in albanese vetë të kuqe, in greco kokina avga) per festeggiare la Pasqua.
 
 
 
 

 

 

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