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Giorgio Stassi  (1712-1801)

Dopo la fondazione del Seminario greco albanese di Palermo, ad opera del Padre Giorgio Guzzetta (1734), le colonie albanesi di Sicilia chiesero al governo un vescovo greco per le sacre ordinazioni, poiché in quel tempo i chierici greci erano costretti con grave loro incomodo e dispendio, a recarsi a Roma o altrove, in cerca di un vescovo che conferisse loro l'ordinazione.
Nonostante l’opposizione dei vescovi latini,  papa Pio VI, con la bolla del 6 febbraio 1784, istituì il vescovato greco di Sicilia e papas Giorgio Stassi, frate dell'oratorio di S. Filippo Neri e alunno prediletto del padre Giorgio Guzzetta, fu il primo vescovo di Piana dei Greci.

 

Nicola Barbato  (1856-1923)

 

 

 

Alunno del Seminario greco-albanese di Palermo, si formò, successivamente, nei circoli culturali, politici, radicali e socialisti della Palermo del tempo e fu uno dei massimi dirigenti del movimento politico-sindacale dei Fasci dei Lavoratori (1892-94). Laureatosi in medicina presso l'Università di Palermo si dedicò, nel clima positivistico allora imperante, allo studio della psichiatria sotto la guida del Pisani. I suoi Appunti sulla Psicologia delle paranoie pubblicati nella rivista del “Manicomio Palermitano”, nel 1890, furono giudicati positivamente da Cesare Lombroso e da Enrico Morselli. Presto si accostò alla politica, collaborando col quotidiano d’avanguardia “L'Isola”, diretto a Palermo da Napoleone Colajanni.

Tornato a Piana, come medico condotto, assieme alla componente scientista e positivista, maturò, nel quotidiano contatto con la miseria, una spiccata componente apostolica che rimase sempre viva e operante nell’arco di tutta la sua vita.

Arrestato insieme agli altri dirigenti dei Fasci, fu processato dal tribunale militare di Palermo con l'accusa di "cospirazione contro i poteri dello Stato e di eccitamento alla guerra civile", e condannato a dodici anni di reclusione e a due anni di sorveglianza speciale. La sua celebre “Autodifesa” dinanzi ai giudici è ormai entrata nella cultura socialista.

Alle elezioni del maggio 1895, ancora in stato di reclusione, fu candidato di protesta del partito socialista in numerosi collegi nazionali e nel settembre dello stesso anno fu eletto nei collegi: di Cesena e al V di Milano, ma per sorteggio gli fu assegnato quello di Cesena, nel V collegio di Milano, rimasto libero, gli succedeva Filippo Turati, eletto per la prima volta alla Camera.
Amnistiato nel 1896, tornò a dedicarsi con impegno alla riorganizzazione del partito in Sicilia, che nel 1897 abbandonava temporaneamente per recarsi volontario a Candia durante la guerra greco-turca. Rientrato in patria nel 1898, fu condannato ancora una volta per attività sovversiva.
Nel settembre del 1900 fu eletto dal congresso di Roma membro della direzione nazionale del partito socialista.
A partire dal 1903 si apri un difficile periodo della sua vita. Venne in aspro contrasto con gli organi centrali del partito socialista controllati, sempre più, dalla corrente del Ferri.
La perdita della numerosa clientela professionale, infine, lo spinse ad emigrare, nel 1904, negli Stati Uniti. Stabilitosi prima a New York e poi a Philadelphia, rimase coerente alle sue convinzioni: prese contatto con gli emigrati italiani anarchici e socialisti e divenne uno degli esponenti del movimento antireligioso che gli aderenti ai partiti operai, secondo i metodi di quel tempo, sostenevano negli Stati Uniti, in funzione classista e rivoluzionaria. Nell'ottobre 1907 pubblicò in America il saggio Scienza e Fede.

Rientrato in patria. Barbato si inserì di nuovo nella lotta politica in occasione del congresso di Reggio Emilia del luglio 1912, che sancì l'espulsione dei riformisti guidati da Bissolati e da Bonomi. Nel 1913 il partito socialista italiano per marcare il distacco di De Felice Giuffrida dal socialismo rivoluzionario, portò il Barbato come proprio candidato nel collegio di Catania. Fu battuto, ma gli elettori condannarono l'atteggiamento politico di De Felice Giuffrida con l'astensione in massa. Gli ultimi anni della vita di Barbato non offrono avvenimenti di rilievo, ad eccezione del suo ultimo rientro alla Camera,  durante le elezioni del 1919, quale deputato del collegio di B. A. N. Morì a Milano il 23 maggio 1923.

Barbato ha lasciato numerosi scritti di carattere politico e un cospicuo numero di articoli pubblicati prevalentemente nella stampa socialista dell'epoca e ora raccolti nei volumi: Nicola Barbato, Scritti, Comune di Piana degli Albanesi, Sciascia editore, Roma - Caltanissetta, 1996 e Nicola Barbato, Il socialismo possibile, ed. La Zisa, Palermo, 2000.

 

Giuseppe Bennici  (1841-1909)

Soldato, aiutante di campo dì Nino Bixio, seguace di Garibaldi ad Aspromonte, fu anche scrittore, tra le sue opere vanno ricordati: il poemetto intitolalo: L'ultimo dei trovatori arabi in Sicilia {Palermo 1875}, una Memoria documentata sul territorio di Piana (Palermo 1874) ed un primo volume di Ricordi dell'ex galeotto n. 1603 (Roma 1896) che non fu seguito da altri.

 

Antonio Brancato  (1688-1760) 

Coadiuvò padre Giorgio Guzzetta nell’istituzione dell'Oratorio dei Padri Filippini di Piana (1716). Nel 1733 fondò il Collegio di Maria di Piana per l'educazione della gioventù femminile che, diretto dalle suore collegine secondo i regolamenti di cardinal Corradini, continua ancora oggi la sua missione.

 

Demetrio Camarda  (1821-1881)

 

 

 Universalmente, conosciuto come il più importante studioso di lingua albanese dell'800 si formò presso il Seminario greco-albanese di Palermo, dove insegnò per qualche anno. 

Costretto ad abbandonare Piana e la Sicilia a causa dei forti sospetti che la polizia borbonica nutriva nei suoi confronti come patriota e cospiratore, si trasferì a Livorno con l'incarico di amministrare la chiesa locale di rito greco-bizantino.

Camarda collaborò con illustri linguisti come D'Ascoli, Comparetti e molti altri studiosi europei. Gli studi toscani portarono alla pubblicazione della monumentale opera dal titolo Saggio di Grammatotogia sulla Lingua Albanese (1864), nella quale affrontò in modo, assolutamente, innovativo le questioni più impellenti relative allo studio diacronico dell'albanese, entrando con notevole competenza e mediante lucide analisi nell'intricato campo della linguistica indoeuropea.
A distanza di due anni completò la sua imponente fatica scientifica, pubblicando il volume Appendice al Saggio di Grammatologia Comparata, nel quale raccolse sempre a finì esclusivamente scientifici un cospicuo materiale folclorico e letterario di tutte le aree geografiche albanofone. d'Italia, di Grecia e, naturalmente d'Albania.

Nella Premessa all'Appendice Camarda delineò alcune ipotesi sulla formazione del patrimonio poetico popolare albanese che rimangono sostanzialmente attuali e valide tanto da riscuotere il consenso degli studiosi contemporanei.

Fra le altre attività culturali del Camarda, non meno importante è il suo impegno politico-letterario che lo portò a stringere rapporti di fraterna amicizia con i principali esponenti del movimento Risorgimentale della Rilindja albanese, italiani e stranieri, con i quali collaborò attivamente affinché anche la piccola nazione d'oltre Adriatico raggiungesse la sospirata libertà ed indipendenza nazionale.
Degni di menzione sono: sia il suo saggio: l'Alfabeto generale epirotico (1869), nel quale lanciava l'idea di un alfabeto comune ai vari scrittori d'Albania, e il volume A Dora d'Istria. Gli Albanesi (1870), una raccolta di poesie di vari autori arbëreshë e shqiptarë dedicata alla celebre patriota albanese Elena Gjika. Di notevole interesse per lo studio della storia della grammatologia albanese, rimane il manoscritto ancora inedito della Grammatica della Lingua Albanese.

 

Giorgio Costantini  (1838-1916)

Insegnante e storico si formò nel Seminario greco-albanese di Palermo e nel 1905 pubblicò a Palermo i Sessanta giorni di stona della venuta di Rosolino Pilo in Sicilia alla presa di Palermo, sulla partecipazione di Piana alla rivoluzione del 1860.

Autore di componimenti poetici in albanese scrisse inoltre: Discorso inaugurale intorno al monumento innalzato a Giuseppe Garibaldi ...; Cenni storici - Origine degli Albanesi; Monografia di Piana dei Greci; Cenni della vita e delle opere di Padre Giorgio Guzzetta.

Questi scritti, raccolti in un volume, sono stati pubblicati nel 2000 nelle collane di Bìblos, la rivista della Biblioteca Comunale “G. Schirò”. Rimangono ancora inediti: Duecento anni di storia sicula (1300- 1500); Trecento anni di storia sicula (1016-1282); Zibaldone di notizie varie.

 

Tommaso Di Salvo  (1914-1997)

Compì i suoi studi ginnasiali presso il prestigioso Seminario greco-albanese di Palermo e si laureò in Lettere presso l'Università di Palermo con una tesi sull'opera linguistica di Demetrio Camarda.
Il nome di Tommaso Di Salvo è legato all'opera di educatore; allontanatosi dal paese natio dal 1939 al 1943 insegnò nel liceo classico di Adria. Per le sue idee antifasciste fu trasferito e posto sotto sorveglianza a Reggio Calabria poco prima del crollo del regime.

Dalla fine della guerra fino agli inizi degli anni ’60 insegnò italiano e latino a Ravenna, negli anni ‘50 qui, a Ravenna, assieme agli affiliati al circolo Benedetto Croce che aveva contribuito a fondare, rappresentò la concezione della vita, della storia del pensiero laico e liberale. I suoi riferimenti culturali erano il settimanale “Il Mondo” di Pannunzio e i periodici “Il Ponte” di Calamandrei, “Tempo Presente” di Sifone e Chiaromonte e “Nord e Sud” di Compagna.

Trasferitosi a Firenze, dapprima, fu insegnante in due licei e poi preside. Durante gli oltre trent’anni di vita fiorentina mise a frutto il suo talento didattico e le sterminate letture curando alcune antologie di letteratura italiana e latina e pubblicando una monumentale summa antologica della cultura moderna, “Temi e problemi della cultura d'oggi”, che per anni ebbe una vasta eco anche fuori dalla scuola.

Dall’intenso studio e da una didattica moderna scaturiranno i commenti a’ La Divina Commedia, a’

I Promessi Sposi, a’ Il Mastro Don Gesualdo, a’ Il Fu Mattia Pascal, a’ La Coscienza di Zeno e a altre opere della letteratura moderna e contemporanea. La loro diffusione nelle scuole superiori e in molte università, anche straniere, fu immediata e capillare.

A sostegno della sua battaglia politica e culturale organizzò le conferenze del circolo Croce, in cui esponenti del pensiero laico italiani (Bobbio, Calogero, Boneschi, Salvadori, Bauer, Piccardi) e stranieri (lo svizzero Bondy) o cattolico-liberale {Jemolo, Dorigo, Pistelli) andavano a spiegare la loro concezione della vita, della storia e della politica, e giornalisti di analogo orientamento {Segre, Pavolini, Garofalo, Scalfari, Pietra, Tosi) commentavano ciò che in quel momento era al centro dell'attenzione dell'Italia e del mondo. Altri ospiti erano storici (Garosci) ed economisti, ma anche critici d'arte e del costume (Dorfles. Elisabeth Borgese Mann) o un missionario laico come Dolci.
Solo marginalmente e per dovere di informazione, si menziona il fatto che Tommaso Di Salvo ha contribuito notevolmente alla costituzione del patrimonio librario della biblioteca comunale 'Giuseppe Schirò" di Piana, cedendo parte consistente e pregiata della sua ricca biblioteca privata.

 

Carlo Dolce  (1765-1850)

Carlo Dolce (o come amava chiamarsi Lue Gliqlnl), contadino, fu un delizioso e ironico poeta popolare che improvvisava componimenti in lingua albanese.

Però gli studiosi sono riusciti a raccoglierne i suoi versi solo dopo la sua morte, ma in maniera parziale, avvalendosi delle testimonianze orali o della tradizione manoscritta.

L'opera del Dolce è interessante dal punto di vista letterario e, soprattutto linguistico in quanto documenta la parlata di Piana degli Albanesi evidenziando alcune particolarità rilevanti per uno studio diacronico della stessa.

 

Cristina Gentile  (1856-1919)

Educata nel Collegio di Maria di Piana, fu cultrice dell'arte del ricamo e della lingua albanese. Dalla bocca del popolo raccolse varie novelline popolari tradotte in italiano e, pubblicate nei Canti Tradizionali dì Giuseppe Schirò Senior.

 

Giorgio Guzzetta  (1682-1756)

 

 

Padre Giorgio Guzzetta studiò presso i gesuiti di Trapani e in seguito entrò a far parte del Seminario Arcivescovile di Monreale. Conseguito il Dottorato in Sacra Teologia, fu assunto come traduttore di greco classico alla Corte del Cardinale Arcivescovo Francesco Del Giudice, il quale lo promosse pro-segretario e, in partenza per la Spagna lo avrebbe voluto con sé.
Lasciata la Diocesi di Monreale decise di entrare a far parte della Congregazione dei preti dell'Oratorio di San Filippo Neri in Palermo (1706). Ordinato sacerdote nel 1707 ebbe sotto la sua guida spirituale principi, vescovi e cavalieri.

Nel 1716 fondò in Piana dei Greci la Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri per i sacerdoti celibi di rito greco e nel 1734, in Palermo, il Seminario Italo-Albanese per la gioventù di rito greco delle colonie albanesi di Sicilia. Con padre Antonio Brancato promosse, inoltre, la fondazione del Collegio di Maria di Piana (1733).

Si adoperò per l'istituzione del Vescovado greco di Sicilia, che sarebbe stato ordinato dopo la sua morte con Bolla di Pio VI del 6 febbraio 1784 e approvata con regio decreto del 10 gennaio 1785; antesignano del Concilio Vaticano II, lavorò per il ritorno dell'Oriente Cristiano all'unità della Chiesa.
Profondo conoscitore della cultura classica, scrisse, fra l'altro, una Cronaca della Macedonia fino ai tempi di Skanderbeg, l'Etimologico e l'ancora inedito De Albanensibus italiae rite excolendis, ut sili lolique Ecclesiae prosint, che contiene uno dei primi contributi alla descrizione e allo studio della lingua albanese.
Si spense in fama di santità il 21 novembre 1756 al convento dei padri carmelitani di Partinico e fu sepolto nella chiesa di Sant’Ignazio all'Olivella, in Palermo.

Le spoglie incorrotte di padre Giorgio Guzzetta, del quale è in corso la causa di beatificazione, dal 1954 riposano nella Cattedrale dell’Eparchia di Piana degli Albanesi.

 

Marco La Piana  (1883-1958)

Marco La Piana nacque a Piana degli Albanesi (allora dei Greci) il 15 giugno 1883. Studiò presso l'Università di Palermo e sin da giovane concentrò la sua attività di ricerca all’indoeuropeistica, in generale, e alla linguistica storica albanese, in particolare.

La Piana dedicò i suoi più importanti studi a questo complesso settore dell'albanologia, di seguito si riportano quelli pubblicati intorno al riflesso della vocale o lunga dell'indoeuropeo e del Iatino nell'albanese. Palermo, 1937; Studi linguistici albanesi, vol. I, Prolegomeni allo studio della linguistica albanese, Palermo, 1939; Studi linguistici albanesi; Sulle variazioni del gruppo dsv-dv; I Dialetti siculo-albanesi, Sic. Alb. Gërdhu e l'assimilazione in distans nell'albanese, Palermo. 1949; “Sul riecheggiamento delle liquide e delle nasali nell'albanese”, in supplemento del Flamuri, Roma, 1952; “Intorno ad un antico prefisso la- nella lingua albanese”, in Rivista Albania Nuova, anno V, n. 2, giugno 1957.

Di notevole rilievo per la storia della cultura albanese e della filologia albanese fu la scoperta del manoscritto del Catechismo di Luca Matranga, (1592), estratto da “Roma e l'Oriente”, che il La Piana pubblicò in edizione diplomatica con un ricco e prezioso apparato critico e note esplicative, Grottaferrata. 1912. Non tutte le opere linguistiche del La Piana ebbero la fortuna di vedere la luce. In particolare sono rimaste inedite le due più importanti e, precisamente, il Dizionario etimologico dell'albanese e la Grammatica Storica dell'Albanese, due opere monumentali i cui manoscritti per lunghi anni si è ritenuto fossero andati smarriti, dopo la morte dell'Autore, ma che in realtà oggi si custodiscono presso la Biblioteca del Seminario Greco-Albanese di Piana degli Albanesi.
Marco La Piana ebbe una breve carriera accademica, come collaboratore esterno della Cattedra di Lingua e Letteratura Albanese presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Palermo, allora diretta dall'illustre albanologo prof. Papas Gaetano Petrotta.

In questa veste durante l'anno accademico 1951-52 il La Piana tenne un "Corso libero" di supporto alla attività didattica ufficiale della Cattedra trattando il seguente tema: Gli elementi arbo-europei nella morfologia albanese, però non poté proseguire la sua attività didattica (era infatti, destinato a succedere al prof. Petrotta nella direzione della summenzionata Cattedra), a causa della morte che lo colpì a Palermo il 20 aprile 1958.

 

Tommaso Manzone   (1819-1893)

Appartenente a una nobile e facoltosa famiglia, nipote del conte Federico, amico personale del re Ferdinando e figlio di Gaspare Manzone, grande oratore e sommo giureconsulto, Tommaso Manzone, cospiratore e patriota, dovette ben presto emigrare a Torino e poi a Genova.

Alla fine della rivoluzione del 1860, tornò in Sicilia dove fu eletto Senatore del Regno.
Non avendo avuto eredi, lasciò grandissima parte dei suoi averi a beneficio dell'Opera Pia, Asili Rurali ed Urbani di Palermo e, volle che il suo palazzo di Piana degli Albanesi fosse adibito ad asilo per i figli dei suoi concittadini poveri, ciò avvenne 15 anni dopo la sua morte, cioè il 12 luglio 1908.
Oggi Palazzo Manzone, restaurato recentemente, è entrato a far parte del patrimonio del Comune di Piana degli Albanesi

 

Giacomo Matranga

Notaio in Piana dal 1614 al 1657 fu un illustre e benemerito concittadino in quale, giunto all'età di 80 anni, dotò l’Ospedale Civico di circa metà dei suoi cospicui beni.

 

Luca Matranga  (1567-1619)

Alunno del Collegio di San Atanasio in Roma e sacerdote di rito greco, ricopri i più alti incarichi ecclesiastici presso la comunità di Piana degli Albanesi. Fu "puntatore sinodale", arciprete della Cattedrale di San Demetrio, Vicario Foraneo.

Sua è la traiduzione in lingua albanese della Dottrina Cristiana del gesuita spagnolo P. Ledesma, dedicata all'arcivescovo diocesano di Monreale, mons. Ludovico Torres II, ed edita nel 1592 con i necessari adattamenti alle esigenze del rito locale. La Dottrina Cristiana fu pubblicata a Roma nel 1592 col titolo di E mbesuame e krështerë, il primo testo in dialetto tosco e, in assoluto la prima opera edita tra gli albanesi d'Italia.

Dell'opera ci rimangono tre versioni manoscritte (custodite presso la Biblioteca Apostolica Vaticana Codice Barberini-Latino n. 3454), di cui una autografa, ed una copia microfilmata a stampa (l'originale dello stampato, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, è stata trafugata da ignoti).
La traduzione fu adoperata per l'educazione catechetica dei fanciulli e della fanciulle arb            ëreshë che non intendevano l'italiano. Di fatto, la sua fu la prima scuola in lingua albanese, Matranga utilizzò per il suo testo la parlata albanese di Piana ripulendola, allo scopo di farsi intendere anche dagli albanesi delle altre colonie, di qualche peculiarità fonetica.

 

Giuseppe Musacchia  (1837-1910) 

Beneficale della SS. Annunziata, pubblicò versi in greco, traduzioni di libri liturgici greci; rivendicò alla Matrice chiesa il collegio dei parroci, e scrisse, fra l'altro, una Monografia di Piana in lingua albanese pubblicata nelle celebri colonne del Flamuri i Arbërit, la rivista fondata e diretta da Girolamo De Rada.

A parte i pochi errori di valutazione che si riscontrano (tale è il caso della presunta origine scutarina dei fondatori di Piana), si tratta di una testimonianza che contiene utili informazioni storiografiche, specie nella parte in cui vengono descritte la società e l'economia pianiote.

 

Gaetano Petrotta  (1882-1952)

 

 

Formatosi presso il Seminario greco-albanese di Palermo, dove compì i suoi primi passi nel campo dell'albanologia, papas Gaetano Petrotta si conquistò la fama di esperto conoscitore della lingua e della cultura albanesi, rivelando una particolare propensione verso gli studi storici della letteratura pan-albanese e verso le connesse discipline filologiche.

Tra i più convinti e tenaci sostenitori dell'albanesità in Sicilia, svolse un importante ruolo di animatore e organizzatore delle attività culturali in seno alla costituenda Eparchia di Piana degli Albanesi eletta con decreto pontificio nel 1937, prima coadiuvando, come redattore, la rivista domenicale “Fiala e t'in Zoti” fondata da mons. Paolo Schirò e poi fondando la Rivista italo-albanese, che diresse insieme al fratello Rosolino, riscuotendo un plauso da tutti i circoli culturali arbëreshë.
Negli ultimi anni del secolo XIX e i primi del secolo XX, Gaetano Petrotta (noto alla popolazione pianiota con il più familiare nome di Papa Tani), avviò una serrata analisi filologica dei più antichi monumenti della lingua albanese, intervenendo con acuto e polemico atteggiamento critico sul dibattito allora in corso.

Celebri rimangono il suo studio circa un catechismo albanese curato dal prof. Marchiano, nel quale delineava importanti criteri filologici che ancora oggi costituiscono la parte più consistente di questa disciplina applicata all'albanologia, e le sue approfondite analisi condotte sul celebre Messale di Gjon Buzuku (1555).

Tra gli anni 1933 e 1934, il Petrotta ricevette l'incarico di tenere alcuni corsi di Lingua e Letteratura Albanese presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Palermo, incarico che egli mantenne sino alla morte.

Le sue opere scientifiche più importanti sono: Popolo, Lingua e Letteratura Albanese, Svolgimento Storico della Letteratura Albanese, dalla lunga teoria di contributi critici sparsi in numerosi e rinomati giornali specializzati dell'epoca alle decisive sintesi critico-biografiche dei più importanti letterati albanesi apparse nel contesto dell'imponente antologia letteraria pubblicata in Albania col titolo di Shkrimtarët Shqiptarë.

All'Albania, propriamente, papas Tani, inserendosi nel prestigioso solco dei rapporti italo-albanesi, dedicò un parte cospicua della sua attività pastorale ed ecumenica, nonché scientifica e culturale.
Grazie al suo impegno fu realizzata la lunga e prestigiosa serie di incontri ecumenici noti col nome di “Settimane Orientali”, vere e proprie traits d’unions tra l'Occidente e l'Oriente Cristiano, al cui epicentro furono poste le comunità albanesi d'Italia nella loro duplice qualità di isole spirituali dell'antica e mai sopita spiritualità greco-bizantina e di comunità fedeli al cattolicesimo romano.

  

Rosolino Petrotta  (1894-1969)

Compì gli studi giovanili presso il Seminario greco-albanese di Palermo sotto la prestigiosa guida di Giuseppe Schirò e del vescovo monsignor Paolo Schirò che lo avviarono a dedicarsi con convinzione alla conservazione del patrimonio culturale degli Albanesi di Sicilia (Arbëreshë).
Pioniere e sostenitore dell'ecumenismo, assieme al fratello papas Gaetano, collaborò con diversi articoli al settimanale “Fiala e t’in Zoti” (1912-1915) e successivamente (1919) fondò “La Rassegna Italo-Albanese”, prestigiosa rivista, che se pur ebbe vita breve, s'impegnò a fondo nella difesa dei diritti e degli interessi della Nazione albanese.

Nel 1920 si laureò in medicina e nel 1922 pubblicò la Guida Illustrata di Piana dei Greci, nell'ambito di una collana che raccoglieva le guide di tutte le comunità siculo-albanesi.
Segretario permanente (1929) dell'Associazione Cattolica Italiana per l'Oriente Cristiano (ACIOC) diede vita alle Settimane Orientali (1930-1938) che furono un vero e proprio ponte tra l'Occidente e l'Oriente Cristiano e nella plurisecolare vertenza fra rito greco e rito latino nelle comunità albanesi di Sicilia, fu, fra i laici del suo tempo, la personalità che maggiormente si adoperò per la causa della conservazione dei riti orientali e per il raggiungimento, in favore delle popolazioni albanesi di Sicilia, della erezione dell'Eparchia (1937),

Si recò, durante l'occupazione militare italiana (1939-1945) in Albania dove si conquistò la fiducia e la stima di larga parte delle popolazioni locali svolgendo anche il compito di direttore dell'”Istituto Nazionale dì Assistenza degli Italiani” (INAI). Durante la sua permanenza in terra schipetara difese strenuamente, prima e durante il conflitto mondiale, la causa dell'indipendenza e della libertà dell'Albania.
Su invito di Ernest Koliqi, ministro della pubblica istruzione dell'epoca, collaborò, in qualità di esperto, all'antologia letteraria in due volumi pubblicata nel 1941 col titolo Shkrimtarët Shqiptarë (Scrittori Albanesi ). Alla stessa epoca risale la preparazione di un'altra preziosa pubblicazione Albanesi di Sicilia.

Quando l'Albania passò sotto il regime di Enver Hoxha, nel 1945, fu costretto a tornare in Italia. Nella fase di trapasso dei poteri diede testimonianza di grande coraggio e generosità salvando numerosi militari e famiglie italiane dalla deportazione, dalla prigionia e dall'esilio.
Nel 1947, inoltre, fu il fondatore del "Centro Internazionale di Studi" di Palermo la cui attività culturale e organizzativa si distinse per la promozione e lo svolgimento di importanti convegni internazionali.

Rosolino Petrotta si distinse soprattutto come uomo politico. Eletto deputato all'Assemblea Regionale Siciliana fu assessore alla Sanità per due legislature (1949-1959) e si produsse instancabilmente per procurare alle comunità albanesi e all'Eparchia notevoli risorse finanziarie con le quali furono realizzate importanti opere pubbliche (scuole, viadotti ecc..) e conferito un assetto funzionale agli edifici sacri.

Sul piano istituzionale e legislativo la riorganizzazione socio-sanitaria post-bellica della Regione Siciliana è legata al suo nome ed in particolare: per la legge sulla istituzione delle Unità Ospedaliere Circoscrizionali; per il DLP concernente l’istituzione di Centri di assistenza sanitaria e sociale; per i provvedimenti per la protezione degli handicappati psico-fisici; per i provvedimenti per la realizzazione dell'Istituto Provinciale per l'Assistenza all'Infanzia (IPAI) per la protezione dei piccoli neonati illegittimi e delle loro madri.

Negli ultimi anni, nell'ambito delle attività del Centro Internazionale, cominciò a pubblicare “L'Annuario”, con il quale in un triennio di operosità editoriale, divulgò fra tutti gli Albanesi della Diaspora gli avvenimenti storici più rilevanti di tutte le colonie Italo-Albanesi. 

 

Lorenzo Petta  (? - 1642)

Chierico di rito greco e affittuario di vari feudi, fu uno dei cittadini più ricchi e generosi della Piana del suo tempo.
Desiderando essere seppellito nella cattedrale di San Demetrio ne finanziò, per volontà testamentaria (1642), gli affreschi che da li a poco tempo (1644) sarebbero stati eseguiti dal noto pittore monrealese Pietro Novelli.
Nel testamento erano previste inoltre altre risorse da impiegarsi per la costruzione della nuova chiesa di S. Maria dell'Odigitha. La vedova Paolina si adoperò e riusci a dare puntuale esecuzione alle sue volontà.

 

 Papas Sepa Petta  (1882-1959)

Alunno del Seminano Greco-Albanese di Palermo, nel 1907 ricevette il presbiterato da Mons. Paolo Schirò.
Il sacerdote è presente nell'attuale immaginario popolare per la sua dolcissima voce (non a caso dal 1943 era Prolopsàllis cioè capo-coro della Cattedrale) e soprattutto per essersi preso cura non solo della salute spirituale della sua gente, ma anche di quella materiale con la litoterapia.
Dal 1916 al 1918 sotto le armi era addetto alla sanità nell'ospedale militare di Messina e qui conobbe il Dottore Nicola Pende, dirigente dell'ospedale.
Quest'ultimo quando si affermò scienziato di fama mondiale invitò il Petta a raggiungerlo a Roma dove l'avrebbe aiutato a prendere la libera docenza in medicina e dove l'avrebbe nominato suo aiuto della clinica per malattie tropicali. Ma papas Sepa rifiutò l'invito per restare a Piana e insegnare con amore e competenza la fede le tradizioni e la lingua degli avi.

 

Pietro Piediscalzi  (1825-1860)

Patriota, cospiratore, appartenente ai Mille. Mori combattendo nel 1860.

 

Francesco Saluto  (1809-1892)

Presidente della Corte di Cassazione di Palermo e autore dei Commenti sul Codice di Procedura Penale (1872-74) fu fondatore in Palermo del Convitto a lui intitolato e destinato agli studenti di Piana e di S. Cristina Gela.

 

Giuseppe Schirò  (1865-1927)

  

Tra i più grandi intellettuali arbëreshë di Sicilia. Giovanissimo iniziò la sua attività di scrittore e di poeta, dando alle stampe un elevato numero di opere, fra le quali Rapsodie Albanesi (Palermo, 1887);  Milo e Haidhe (Palermo, 1890), Te dheu i huaj (1900), Këthimi (1914-1917, pubblicato postumo nel 1965). 

Nel 1889 pubblica nell'Archivio per le tradizioni popolari, diretto da  G. Pitrè, i Saggi di letteratura popolare della colonia albanese di Piana dei Greci e nella rivista la Rassegna siciliana, il saggio sugli Usi nuziali albanesi, entrambi però rimasti incompleti.
Critica severamente i Canti popolari albanesi tradizionali del Mezzogiorno d'Italia di Demetrio De Grazia, pubblicando una recensione nel citato Archivio del Pitrè. In seguito alla risposta del De Grazia, pubblica una replica dal titolo Per un'apologia.

Le edizioni palermitane della versione italiana dei Canti nuziali albanesi e delle Canti  popolari d'Albania sono del 1894
Nominato professore di lingua e letteratura albanese presso l'Istituto Orientale di Napoli nel novembre del 1900, Schirò continua i sui studi di letteratura popolare pubblicando i Canti popolari dell'Albania (Palermo,1901), i Canti Sacri delle colonie albanesi di Sicilia (Napoli, 1907) e i Canti tradizionali e altri saggi delle colonie albanesi di Sicilia (Napoli, 1923).

 

Paolo Schirò  (1866-1941)

Studiò nel Seminario Greco-Albanese di Palermo. Consacrato sacerdote nella cattedrale di San Demetrio l'8 maggio 1892. L’11 febbraio del 1904 ricevette dalla Santa Sede la nomina a vescovo degli Albanesi di Sicilia, e il 20 marzo dello stesso anno fu consacrato a Bitonto (BA) alla presenza di una numerosa rappresentanza di italo-albanesi e di albanesi d'Albania.
Dal 1912 al 1915 pubblicò Fiala e t’in’Zoti (La Parola del Signore) un giornale religioso domenicale che nonostante la sua modestia, attirò l’attenzione dei patrioti e dei più grandi albanologi del tempo per l’alto interesse scientifico, come Norbert Jokl, Geitle, Guys, Holger Pedersen.
Mons. Schirò è' noto soprattutto per aver scoperto (o ritrovato) fra i libri sconosciuti della Biblioteca Vaticana -dietro la lieve traccia della comunicazione del Mons. D. Giovanni Battista Casasi a Padre Giorgio Guzzetta risalente al 1740 - il Messale di Don Gjon Buzuku del 1555.
Di questo importantissimo documento linguistico Mons. Schirò lasciò uno studio inedito intitolato “I testi biblici in lingua albanese di dom Gjom Buzuku, messi in ordine, con traduzione letterale italiana e note". Questo manoscritto è un ulteriore importantissimo contributo allo studio della lingua albanese.
Il suo ultimo lavoro, per ordine cronologico, fu la traduzione della Liturgia di San Giovanni Crisostomo (Palermo, 1964). Morì il 12 settembre del 1941  a Piana degli Albanesi. 

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