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ABITI TRADIZIONALI

 

   Il costume tradizionale delle donne di Santa Cristina Gela deriva dall’abito tradizionale delle donne di Piana degli Albanesi.

Esso è composto da un'ampia gonna raccolta in vita da numerose piegoline, detta ncilona, se ricamata interamente in oro e con motivi floreali, oppure xhëllona me kurorë se presenta delle applicazioni di balze d'oro lavorate a tombolo kurore e di un giubbino, xhipuni; che nei giorni feriali era di velluto, mentre in occasione delle festività era di seta e ricamato in oro.

Gli elementi decorativi consistevano nei vari fiocchi - anteriore, posteriore, a due petali e del capo - e nei gioielli come i pendenti pindajet, il batipeti, kriqe e urge, gli anelli unazë e domanti e la massiccia cintura in argento placato d’oro brezi, sulla quale appare l’effige di Santa Cristina patrona del paese.
Nei giorni di festa le donne indossavano pure la mantellina, mandilina, a forma di mezzaluna, di seta azzurra i cui bordi sono ricamati in oro.

Nel giorno delle nozze, l’abito si arricchisce ulteriormente con delle shkokat (fiocchi) a quattro e a cinque petali posti posteriormente ed anteriormente, e da sei fiocchetti a quattro petali nelle maniche a cui si attribuiscono simbolismi particolari. Si identificano nei fiocchi sia i figli - giusto ornamento per la donna – sia gli Apostoli, nella specificazione di donna-chiesa.

Sempre per tale occasione, l’abito veniva completato con il copricapo keza, di seta o velluto cremisi, anch'esso ricamato d'oro o in argento; questo serve da sostegno al sqepi,un velo in finissimo voile di seta color ocra, esso pende dalla kesa e viene fermato ai fianchi.

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FESTE

 

IL CARNEVALE

 

   Come per la maggior parte dei paesi Arbëresh, il carnevale comincia subito dopo l’Epifania.

Un’antica tradizione voleva che in questo periodo, tutti i sabato, domenica e giovedì i contadini si riunissero nelle case improvvisando orchestrine con mandolini e chitarre.

In tale occasione le ragazze (che a quei tempi avevano poca libertà) si mascheravano con abiti improvvisati e coprendo, interamente, il viso con una maschera di stoffa chiamata façera; così irriconoscibili potevano invitare a ballare i ragazzi.

Questa tradizione si tramanda tutt’oggi creando divertenti equivoci.

 

LA BENEDIZIONE DEGLI ANIMALI

 

La domenica prossima al 17 gennaio, in occasione della festa di Sant’Antonio Abate vengono condotti nella piazza principale del paese gli animali, che verranno benedetti dal sacerdote al termine della santa messa.

 

 

SAN GIUSEPPE

 

La festa più antica è sicuramente quella in onore di San Giuseppe, che si svolge ogni 19 marzo.

Tale evento è organizzato dalla secolare confraternita di San Giuseppe. Essa è formata da soli uomini, ed un tempo, aveva in gestione l’antica chiesetta; quando fu costruita la chiesa maggiore vi trasferì il proprio simbolo: una forma di marmo circolare raffigurante la sega e la pialla da falegname.

Al Bagnasco fu commissionata la bellissima statua di San Giuseppe col Bambino, che tutti gli anni viene portata in processione per le vie del paese su di una "vara" interamente intarsiata con disegni floreali e costruita a mano e dal falegname confrate Riolo, che la offrì alla comunità in segno di devozione.

Il 19 Marzo, sin dal mattino, il sacerdote gira per le case dei devoti benedicendo il pane di San Giuseppe - preparato durante la notte - che cosparso di velata bianca e rosmarino è disposto sulle tavole delle famiglie che hanno fatto la promessa al Santo. Nella tavola non possono mancare tre pani particolari a forma di barba, bastone e corona - simboli di San Giuseppe - che, secondo la tradizione, il capofamiglia dividerà durante il pranzo esclusivamente con i suoi familiari.

Gli altri pani, invece, dopo la benedizione, vengono distribuiti a tutti i viandanti che entrano in quella casa. Un tempo i viandanti erano i poveri del paese, oggi invece sono rappresentati dai bimbi festanti che accompagnano il parroco.

La sera del 19 Marzo, dopo la processione nella piazza principale si benedice la "tavolata", che oltre al pane di San Giuseppe è provvista di ogni tipo di prelibatezze. Un tempo anche questa forma di devozione molto più onerosa, quindi rara, veniva gestita dalle singole famiglie che ne avevano fatto promessa al Santo ed offerta esclusivamente ai poveri. Oggi è curata dalla confraternita ed aperta a tutti.

Il rito di benedizione della "tavolata" è alquanto singolare e ricorda il Vangelo della Natività. Infatti secondo la tradizione è necessaria la presenza dei tre personaggi rappresentanti la Sacra Famiglia. Questi, vestiti in costume, bussano tre volte alla porta della chiesa e colui che interpreta San Giuseppe ripete per due volte "Semu tri pilligrini”. Una voce, all’interno della chiesa, risponde:

"Cà nun’è funnacu né lucanna! Itivinni a n’autra banna".

Alla trerza volta, San Giuseppe dirà: "Semu Gesù, Giuseppe e Maria" .

Questa volta, però, la voce risponderà "Trasiti tutti ntà casa mia!".

Il parroco, quindi, esce dalla chiesa accompagnato dalla Sacra Famiglia, benedice la “tavolata” e tutti i commensali ricevono il cibo, soltanto dopo che la Sacra Famiglia ha assaggiato le pietanze.

Il senso di questa cerimonia sacra/profana rappresenta l’ospitalità che bisogna offrire ai meno fortunati.

 

SAN GIORGIO

 

Un’altra ricorrenza importante per i Sëndahstinari è il 23 aprile giorno di San Giorgio: anticamente per nove giorni i devoti partivano all’alba in pellegrinaggio verso Piana, dove si trova la chiesa di San Giorgio. Probabilmente questa forte devozione, che tutt’oggi si esprime fra gli abitanti di Santa Cristina con la frase Shën Gjerkj ishtè ini (San Giorgio è nostro), indica l’appartenenza e l’origine dei primi abitanti di Santa Cristina al quartiere di San Giorgio di Piana degli Albanesi, dove è ubicata la chiesa dedicata al Santo Cavaliere (1493).

 

LA BENEDIZIONE DEI CAMPI

 

   Un tempo, avveniva nel mese di maggio e durava quattro giorni, nei i quali il sacerdote si recava in processione recitando la litania dei Santi nei quattro punti del paese da cui era facilitata la vista dei campi.

 

IL CORPUS DOMINI        

 

Rappresenta un momento di profonda aggregazione religiosa per l’Arcipretura di Santa Cristina.

In occasione di tale ricorrenza, si svolge la processione per le vie del paese. Le strade sono cosparse di petali di ginestre e di rose, il Sacramento, durante il percorso, sosta presso alcuni altari allestiti da gruppi di famiglie. L’altare è ornato tradizionalmente con: rëvethka - tipica balza dì lenzuolo ricamata a mano - shkoka - fiocco ricamato in oro – ovvero un nastro di raso sistemato a forma di "M" (a indicare il nome di Maria SS.), paramenti ricamati e il quadro raffigurante la Sacra Famiglia o altre immagini sacre.

 

 

LA VENDEMMIA

 

   Èconsiderata dai Sëndahstinari il "rito contadino” per eccellenza e rientra nel patrimonio culturale della comunità. Non ha caso tra i primi insediamenti del luogo fu costruito un palmento, dove si ammassava l’uva. Questa costruzione, tutt’ora esistente in Piazza Umberto I, presenta una vasca nella quale si gettava l’uva che veniva pestata e attraverso una canaletta ne usciva il mosto che direttamente veniva introdotto nelle botti. Oggi questo procedimento viene fatto con i torchi meccanici, per le strade del paese, che in questo particolare periodo dell’anno, si riempiono di gente e di odori pungenti, nella gioiosa atmosfera della raccolta dell’uva alla quale partecipano grandi e piccini.

 

SANTA CRISTINA

 

Altra festa religiosa importante per l’intera cittadina è quella che celebra la Patrona, Santa Cristina il 24 Luglio.

Santa Cristina fu martirizzata a Bolsena dopo l’ultimo editto di Diocleziano tra il 303 e il 304 d.C, gli atti del suo martirio ricordano che era appena tredicenne e per questo atto di grande fede si convertirono circa 40.000 persone.

In occasione dei festeggiamenti in onore della Patrona, circa una settimana, durante la Novena vengono rappresentati i quadri dei misteri di Santa Cristina.

La sera del 24 Luglio, invece, si svolge la processione, con la statua e le reliquie della Santa, donate dal Cardinale di Palermo alla comunità di Santa Cristina Gela nel Luglio del 1994.

Lungo il percorso della processione i balconi vengono "parati" con coperte di antica finitura, ricami preziosi - secondo la tradizione artigianale del luogo - e con i gonfaloni raffiguranti la palma e la corona - simboli del martirio e della regalità della Santa - realizzati dalla confraternita di Santa Cristina. Tale confraternita è stata fondata nell’anno 2000, a motivo della grande devozione del parroco e dei fedeli per la Santa. Come simbolo, sin dall’inizio, è stato adottato un antico stendardo dipinto a mano, risalente all’incirca alla fine dell’800, raffigurante la giovane martire fra lo splendore degli angeli. Lo stendardo attualmente è conservato presso la parrocchia di Santa Cristina; i membri della congregazione hanno, recentemente, realizzato uno nuovo grazie all’opera di una giovane pittrice Rita Mancuso e di alcune consorelle, che artigianalmente ne hanno curato la finitura.

Nella cultura dei Sëndahstinari convivono in maniera equilibrata elementi socio-culturali sia della tradizione albanese che siciliana. Tutto ciò per certi versi può apparire contraddittorio e al contempo affascinante, portando alla riflessione che, nonostante il passare del tempo e tutti gli ostacoli a cui questa comunità è andata incontro, il suo punto di forza è stato da sempre il perpetuarsi delle tradizioni.

 

LA SETTIMANA SANTA

 

Segni tangibili della sana convivenza della tradizione bizantina e di quella latina che esiste a Santa Cristina Gela, si hanno durante la Settimana Santa.

Il venerdì che precede la Domenica delle Palme è dedicato alla Resurrezione di Lazzaro, per le vie del paese nella tarda serata un gruppo di persone esegue il Lazëri, canto funebre in lingua arbëreshe.

Il Venerdì Santo, invece, subito dopo la processione del Cristo morto accompagnato dall’Addolorata, un gruppo di fedeli per le strade della comunità intona, in dialetto siciliano, la Passione di Cristo.

Durante tali canti funebri, al passaggio del corteo, le famiglie offrono delle uova simbolo della vita e della resurrezione. Queste, una volta colorate di rosso, vengono benedette e donate in chiesa la notte di Pasqua.

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