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      Il 31 maggio del 1691 ottantadue agricoltori di Piana degli Albanesi ottennero dall’Arcivescovo di Palermo, D. Ferdinando Bazan, il feudo limitrofo di S. Cristina, pervenuto alla Chiesa metropolitana di Palermo per donazione del Conte Ruggiero nel 1095.

La concessione agli ottantadue migranti non avvenne attraverso “Capitoli”, bensì sottoforma di enfiteusi diretta, ovvero un particolare contratto, avente però formule identiche, nella cui ultima parte compariva il divieto di fabbricare fondachi, taverne e molini, con la sola facoltà di costruire delle case e riserbando all’Arcivescovo obbligazioni in carnaggi.  

L’appellativo Gela è un riferimento alla famiglia Naselli, principi di Sant’Elia e duchi di Gela, proprietari di vaste estensioni terriere limitrofe al feudo di S. Cristina.

Fino al 1840 circa, da come risulta dai alcuni registri parrocchiali, nella comunità si svolgevano all’interno dell’unica chiesa parrocchiale due riti; infatti, sebbene la maggior parte dei fedeli seguiva il rito greco, i pochi latini – in genere siciliani provenienti dagli altri feudi vicini - erano assisti da un loro cappellano che vi si recava saltuariamente per celebrare le messa. Accadde, però, che l’Arciprete Papas Gaetano Arcoleo, per motivi di carattere strettamente personale, passò al rito latino e con lui anche i fedeli  di rito bizantino di Santa Cristina.

In contemporanea a tale evoluzione religiosa, si determinò, una serie di movimenti politici per ottenere l’autonomia amministrativa dal Comune di Piana degli Albanesi, di cui Santa Cristina Gela ne era frazione e che si protrarranno fino alla fine del XIX secolo.

  Il primo nucleo abitativo era composto da cinque isolati, i primi tre - più antichi – sorgevano attorno all’attuale piazza Umberto I, gli altri due - più recenti -  posti alle spalle della medesima piazza, che si configuravano a forma di “elle”;oggi il centro abitato del paese appare più composto ed ordinato.

Santa Cristina Gela sorge sulla quota più alta di una collina, lungo una strada principale, l’antica Regia Trazzera, seguendo la tipologia del borgo, da cui dipartono ortogonalmente le strade secondarie in pendenza. Queste si intersecano con le parallele del corso principale, disegnando così degli isolati di forma rettangolare, detti “a spina”.

Le dimensioni e la tipologia della cellula abitativa sono quelle della casa terrana; cioè costituita da un unico vano fuori terra, nella quale si svolgeva la vita promiscua di uomini e animali; di larghezza costante di circa sei metri e profondità di circa sei/sette metri.

Più tardi tale tipologia abitativa diventerà sollevata attraverso un solaio e un altro vano a cui si accedeva tramite una scala a pioli o a muratura, sostenuta da una volta rampante, che serviva ad alleggerire la struttura.

All'esterno queste case private riflettevano la compostezza interna. La facciata era composta di due piani: al piano terra si trovava una porta centrale, da un lato un portoncino per accedere al piano superiore e dall'altro lato una finestrella. Nel piano superiore si trovava un balconcino centrale, affiancato da una o due finestre laterali.

L'architettura di queste case denota una certa semplicità ma allo stesso tempo una cura dei particolari, quali gli infissi in legno, i portoncini con i lucernai in ferro battuto, cosi come i balconcini e sotto balconi.

Queste case sono bene intonacate per la maggior parte della zona urbana; l'intonaco ha una doppia funzione: quella decorativa e quella di delimitare il proprio confine.

Tutti gli elementi architettonici elencati, si mantengono simbolicamente e formalmente ancora oggi, anche per le case di nuova costruzione,  dando al paese un aspetto semplice e armonioso.

Tale ordine urbanistico, inoltre, è dato dalla linearità delle strade, oltre alla loro ortogonalità, che creano una maglia urbana ben strutturata e accessibile.

 

 

 Santa Cristina è letteralmente immersa nel verde. Tutto intorno al centro abitato si estendono boschi, si alzano colline, si distende l’acqua placida di un grande lago. Insomma, per gli appassionati del trekking, o anche solo per chi si accontenta di tranquille passeggiate, questa è il “campo base” per sorprendenti escursioni.

Anche se la riserva naturale delle Serre della Pizzuta dista poco meno di dieci chilometri, quello che vogliamo consigliarvi qui è un giro tra le Zone a Protezione Speciale e i Siti di Interesse Comunitario istituiti dalla Direttiva Habitat (Direttiva 92/43/CEE del 1992 emessa a tutela della biodiversità e a tutela diretta “delle specie la cui conservazione è considerata un interesse comune di tutta l’Unione”) e la Direttiva Uccelli (“costola” specializzata della Habitat in materia di avifauna) della Comunità Europea.

Sono Zone a Protezione Speciale  Monte Maganoce, a Sud-Ovest, e Pizzo Parrino, a Sud-Est, entrambi facilmente raggiungibili.

Per salire sul Maganoce è sufficiente percorrere la strada provinciale 5 bis fino all’incrocio con il Sentiero Italia che percorre, verso Occidente, tutta la dorsale del monte.

Per raggiungere Pizzo Parrino, invece, bisogna seguire la regia trazzera che porta fino alla contrada Turdiepi e, raggiunto l’inizio del sentiero storico (laddove si apre uno spiazzo utile al parcheggio delle auto), proseguire verso Levante fino al bosco Manca, bosco che si estende proprio sulle falde del Pizzo.

Si può procedere a vista, invece, per raggiungere le sponde del bacino artificiale nato con la diga che sbarra il fiume Belice destro. La diga, che produce l’energia “lavorata” dalla vicina centrale Enel, è in se stessa una gradevole meta per comode passeggiate: il panorama del lago dal suo parapetto è davvero bellissimo. 

Il lago di Piana degli Albanesi, questo il suo nome, è oasi del WWF, essendo mèta preferita di molti uccelli migratori. Ma l’ambiente non è certo povero di specie nidificanti: folaghe, germani reali, svassi maggiori e aironi cenerini fanno buona compagnia ai beccamoschini e agli usignoli di fiume.

Durante l’inverno non è raro incontrare cormorani, anatre, moriglioni, mestoloni e fischioni, attratti certamente dal clima mite che avvolge lo specchio d’acqua. In primavera, i più fortunati possono riconoscere codoni, marzaiole e alzavole.

Durante tutto l’anno è piuttosto comune scorgere nel cielo le ali dei rapaci che, lasciate le altitudini della Busambra, volteggiano su questo loro territorio di caccia: poiane, gheppi, falchi pellegrini e aquile reali, cui si aggiunge durante i passi migratori il bellissimo falco pescatore.

L’interesse di questo tipo di rapaci è sollecitato anche dalla presenza di carpe, pesci che affollano il bacino artificiale.

Presenze prive di ali quelle che lasciano tracce delicate tra i canneti che affollano le sponde, come la testuggine di palude, o come quelle – molto meno delicate – che amano fare il bagno nelle piscine di fango che si creano lungo le rive del lago: parliamo dei cinghiali, animali che hanno letteralmente conquistato ogni zona più selvaggia tra la Ficuzza e i dintorni.

Presenze timide, comunque, che non è facile avvistare. Tanto vale prestare maggiore attenzione alla flora, qui davvero rigogliosa.

Dalle acque basse delle sponde del lago sorgono le infiorescenze cilindriche della tifa, pianta caratteristica delle zone umide, e quelle, sì vellutate ma molto più piccole, dello scirpo, piante che gradisce maggiore presenza d’acqua.

Tra il lago e i campi coltivati e i pascoli si incontrano ciuffi di salici, piccoli boschetti di pioppi neri, tamerici e pini d’Aleppo.

Monte Maganoce si distingue immediatamente per le ampie cave di marmo che si aprono lungo i suoi versanti. La flora è quella caratteristica della macchia mediterranea, con qualche boschetto di lecci e roverelle a ombreggiare la cima. I più attenti possono scorgere, soprattutto nelle zone meno battute, esemplari di piante più rare come l’euforbia cornuta, il colchico di Bivona, il giaggiolo.

L’ambiente vegetale è simile a quello di Pizzo Parrino, e entrambi sono siti di grande interesse ornitologico per la presenza – qui però solo a caccia – di coturnici, aquile reali, lanari, nibbi reali, falconi e gli immancabili falchi pellegrini.

 

 

 

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